Lego fa meno utili e ne manda 1.400 a spasso

Era dal 2004 che i conti non subivano un calo. Il gruppo: «Ora serve un reset»

Rodolfo Parietti

Tutto sommato, per dirla coi Pink Floyd, sono solo dei mattoni nel muro. Anzi, meglio: mattoncini. Sacrificabili, usa e getta, in quel di Legoland. Perché nella terra dei balocchi e dell'eterno fanciullino si licenzia con la stessa lena di un'antica ferriera. A casa, entro l'anno, saranno spedite 1.400 persone. È l'8% della forza lavoro complessiva del colosso scandinavo del giocattolo: come dire, qualcuno c'è andato giù con l'accetta. E quel qualcuno ha un nome e cognome che sembra una cucina componibile del catalogo Ikea: è il fresco amministratore delegato, Jorgen Vig Knudstro, cui è andata di traverso la relazione semestrale, chiusa con ricavi in calo del 5% a 14,9 miliardi di corone danesi e una flessione del 3% dei profitti netti a 3,4 miliardi di corone. Da qui quello che chi è cresciuto a pane e manuali di management è solito chiamare «efficientamento». Orribile eufemismo, ma ancor più orribile è dire - come ha fatto Knudstro - di «aver premuto il bottone reset per l'intero gruppo».

Insomma: una quasi tabula rasa che può apparire un tantino esagerata, se solo si considera che Lego non subiva una contrazione del giro d'affari dal giurassico 2004 e che nel secondo semestre del 2016 aveva visto aumentare il fatturato del 6%, a 37,8 miliardi di corone. Sull'onda del crescente successo soprattutto in Asia, il gruppo aveva lanciato, sempre lo scorso anno, ben 335 nuovi prodotti confidando non solo in un'ulteriore espansione in Cina, ma anche nella tenuta dei mercati più consolidati come quello Usa ed europeo.

Lego sembra ora vittima del suo gigantismo, lo stesso peccato di presunzione commesso nei primi anni '90 e costato quasi il fallimento nel 2004. Erano, quelli, i tempi della fortissima concorrenza esercitata dai videogiochi e dai mattoncini clonati dai cinesi, contrastata da Lego con avventurosi sconfinamenti dal core business. Il tracollo fu evitato eliminando alcune linee di prodotto, puntando su nuovi mercati e riposizionando al centro di tutto i mitici little bricks. Certo, ci fu anche un doloroso taglio dei costi accompagnato da riduzioni del personale, ma la barca allora stava affondando. Oggi, no. I profitti ci sono ancora, e abbondanti. Ma non quanto dovrebbero. E a pagare sono sempre i soliti: i lavoratori. Knudstro, del resto, ha altri progetti: «Costruiremo una struttura più piccola e meno sofisticata di quella che abbiamo oggi, in modo da raggiungere più bambini possibile». Anche i pargoli di chi è stato messo alla porta?

Commenti

curatola

Gio, 07/09/2017 - 06:02

un'azienda esemplare che sa curarsi e non piagnucola per avere soldi pubblici come le nostre . Il sindacato dovrebbe favorire le aziende in espansione e darsi da fare per offrire opportunità di passare da azienda ad azienda invece di rivendicare diritti nelle aziende decotte o peggio estorcere soldi pubblici per casse integrazione senza fine.