L'Europa martella Google. Nuova multa da 1,5 miliardi

Il big Usa ha abusato della sua posizione dominante sulla pubblicità online. La replica: "Pronti a cambiare"

Ormai è ufficiale: Google è il maggior monopolista mondiale. Lo certifica la terza supermulta comminata dall'Unione europea. Google dovrà pagare 1,49 miliardi per aver abusato della sua posizione dominante nell'uso della piattaforma AdSense nella pubblicità dei motori di ricerca.

Solo lo scorso anno il grupppo di Mountian View, che è ormai il grande fratello del web, si era beccato una sanzione Ue da ben 4,34 miliardi per il sistema operativo Android, presente sull'80% degli smartphone del mondo.

Mentre nel 2017 aveva «meritato» una multa da 2,4 miliardi per i servizi di comparazione e shopping. Insomma, un record negativo paragonabile solo alle molte sanzioni inflitte dal Bruxelles a Microsoft, dal 2004 in poi per la sua posizione dominante sul fronte del software e suoi browser per computer. Le cifre però, rispetto a quelle attuali, erano praticamente irrisorie. La multa più alta pagata dalla società fondata da Bill Gates è stata di circa 900 milioni di euro. Quisquilie insomma rispetto a quanto totalizzato dal monopolista del web, Google.

Quanto all'ultima sanzione l'Antitrust europeo ha spiegato che Google imponeva clausole restrittive nei contratti con siti di terze parti, impedendo ai rivali di offrire le loro pubblicità sugli stessi siti. «La cattiva condotta è durata dieci anni e ha impedito alle altre aziende di competere sul merito e innovare», ha detto la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager.

Mountain View ovviamente respinge le accuse. «Abbiamo già introdotto una serie di cambiamenti ai nostri prodotti per rispondere alle preoccupazioni della Commissione. Nei prossimi mesi, introdurremo ulteriori aggiornamenti per incrementare la visibilità dei nostri concorrenti in Europa».

Le scuse, a cui seguirà l'impugnazione della sanzione, paiono tuttavia tardive. Per la Ue, infatti, Google è un intermediario paragonabile a un'agenzia pubblicitaria, tra inserzionisti e siti web che desiderano sfruttare lo spazio intorno alle pagine dei risultati. Ed è di gran lunga la società al vertice di questo settore, con una quota di mercato superiore al 70%.

I concorrenti, come Microsoft e Yahoo (nel frattempo comperata da Verizon) non potevano vendere spazi pubblicitari sulle pagine dei risultati di Google, impedendo dunque lo sviluppo delle attività pubblicitarie dei siti rivali. Per arrivare a questo risultato la Commissione ha esaminato diverse centinaia di accordi individuali tra Google e siti web, concludendo che a partire dal 2006 ha inserito clausole di esclusività nei suoi contratti: gli editori non erano autorizzati a pubblicare annunci di concorrenti sulle loro pagine dei risultati di ricerca. Dal 2009, Google ha gradualmente iniziato a sostituire le clausole di esclusività con altre chiamate «Premium Placement», che hanno comunque costretto gli editori di siti web a riservare lo spazio più redditizio nelle pagine dei risultati di ricerca agli annunci Google.

Certo per un'azienda che fattura circa 110 miliardi di dollari a fronte di 12 miliardi di utili, questa multa è leggera. E infatti a Wall Street il titolo è sceso solo dello 0,12 per cento.