La «libertà» della Gm costa 10 miliardi Salvi un milione di posti

Anche l'auto, intesa come settore, ha il suo numero uno donna: Mary Barra, 51 anni, da 30 nel gruppo e attuale vicepresidente esecutivo, da gennaio sarà l'ad di General Motors, pareggiando così i conti con l'informatica (Ibm: Ginni Rometty), le bevande (Pepsi: Indra Nooyi), i portali web (Yahoo!: Marissa Mayer), l'hi-tech (Hp: Meg Whitman; e Xerox: Ursula Burns). La nomina di mrs. Barra, seguita alle dimissioni del ceo attuale Dan Akerson per gravi motivi familiari, è solo uno degli aspetti di quella che può definirsi una giornata storica per il gruppo automobilistico americano. Qualche ora prima dell'annuncio del nuovo vertice, infatti, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Jack Lew, aveva informato l'opinione pubblica sull'uscita di Washington dall'azionariato di Gm. Ecco allora il colosso di Detroit riprendersi il suo nome originale, cioè General Motors, dopo che ironicamente era stato ribattezzato «Government Motors» a causa del salvataggio pubblico deciso dalla Casa Bianca.
E così, a più di quattro anni dal rischio di Gm di sparire con conseguenze inimmaginabili per il Paese, il governo ha venduto le ultime azioni del gruppo, mettendo fine al bailout con una perdita da 10,5 miliardi di dollari. La Casa Bianca ha recuperato, infatti, 39 dei 49,5 miliardi investiti per il 60,8% di Gm quando le vendite della casa automobilistica erano crollate durante la recessione frutto della peggiore crisi dagli Anni '30. «Il salvagente lanciato al gruppo - ha puntualizzato il segretario al Tesoro - ha aiutato a stabilizzare il settore auto e a prevenire un'altra Grande Depressione». Nonostante il salvataggio sia stato controverso, il successo ottenuto nella salvaguardia dei posti di lavoro nel settore delle quattro ruote (circa un milione, come precisato dalla Casa Bianca) ha aiutato la rielezione di Barack Obama.
Fin qui la ricca cronaca di ieri, conclusasi con la dichiarazione dello stesso Obama che «l'industria Usa dell'auto è tornata». Dopo Chrysler, che ha ripagato il prestito concesso dal Tesoro a caro prezzo (l'ad di Fiat, Sergio Marchionne, aveva definito «usurari» i tassi applicati) ecco ora Gm scrollarsi di dosso il peso di Washington. Il salvataggio del gruppo, vista la perdita di 10,5 miliardi, sarebbe costato ai contribuenti circa 35 dollari a testa, «bruscolini - commenta un analista - se consideriamo i 100mila posti che Gm ha garantito in Nordamerica su 213mila complessivi; inoltre, a fronte di un utile anteimposte stimato in 7 miliardi, la quota di 1,7 miliardi destinata alle tasse riguarderà per lo più gli Usa». L'uscita del governo dal capitale di Gm probabilmente non dispiace sia a Chrysler sia a Ford, le due rivali storiche. Nel primo caso, indica che l'economia Usa è in ripresa e, quindi, che l'iniezione di liquidità da parte del governo potrebbe interrompersi presto (le previste ripercussioni negative sulla Borsa, a questo punto, potrebbero convincere Veba a rinunciare a quotare Chrysler e a raggiungere l'accordo con Fiat sul 41,5% della casa Usa che ancora detiene). Nel caso di Ford, unico colosso dell'auto americano a essersi messo al riparo in anticipo rispetto alla crisi (senza chiedere soldi alla Casa Bianca), era stato lo stesso ceo Alan Mulally a tifare per il salvataggio dei concorrenti perché, come affermato davanti al Congresso, «da Gm e Chrysler dipendeva la sorte di tutto l'indotto automobilistico del Paese». E a tremare, in quel periodo nero, erano stati soprattutto quattro Stati: Michigan, Illinois, Indiana e Ohio.
Tornando a mrs. Barra, ceo designata di General Motors, è da registrare, in particolare, la cocente sconfitta di uno dei suoi antagonisti: il capo di Gm Europa, Steve Girski, il quale ha «pagato» il mancato raggiungimento degli obiettivi dell'alleanza con Psa Peugeot Citroën, e la strategia fallimentare relativa al marchio Chevrolet che nel 2016 sarà ritirato dall'Europa.