Ligresti ai giudici: «Sono sorpreso, mai pensato di fuggire»

MilanoNon è scappato quando sapeva che Di Pietro era sulle sue tracce, nel 1992; non è scappato nel 2007, quando la procura di Firenze gli ha scaraventato addosso accuse da anni di galera, finite poi con l'assoluzione con formula piena. Insomma, «si figuri se volevo scappare adesso che ho ottantun anni». Così Salvatore Ligresti ha spiegato il suo stupore per l'ordine di custodia che mercoledì scorso ha fatto scattare per lui gli arresti domiciliari, ha spedito in galera le sue figlie Giulia e Jonella e ha trasformato in un latitante internazionale suo figlio Paolo. È uno stupore che l'Ingegnere - ormai stanco e appannato - aveva manifestato fin da subito. E che ribadisce ieri attraverso il suo legale Gianluigi Tizzoni, che lo accompagna al settimo piano del palazzo di giustizia, per il primo interrogatorio dopo l'arresto. «Ligresti è l'imputato perfetto», dice Tizzoni.
Al giudice preliminare di Milano, che doveva interrogarlo per delega dei colleghi torinesi, però Salvatore Ligresti ha preferito non rispondere. Lo farà forse lunedì, quando incontrerà i pm del capoluogo piemontese. Ma prima di lui inizieranno a parlare oggi e domani le sue figlie Jonella e Giulia, rinchiuse la prima nel carcere di Torino e la seconda in quello di Vercelli. È da questi interrogatori che si comincerà a delineare la linea difensiva: che da un lato punta a contestare le esigenze cautelari - entrambe le figlie di Ligresti negheranno anche loro di avere mai inteso lasciare l'Italia - ma soprattutto ad escludere un ruolo operativo in scelte di bilancio prese in una fase in cui la famiglia Ligresti sostiene di non avere avuto già il controllo di fatto del gruppo.
Dalla lettura dell'ordine di custodia spiccato dal giudice preliminare Silvia Salvadori, le due Ligresti hanno tratto la convinzione che la procura torinese sopravvaluti il ruolo positivo svolto da Unicredit dopo l'ingresso sulla scena. Il tema è delicato, perché il principale testimone utilizzato dai pm su questo versante è il manager Piergiorgio Peluso, imposto nel 2011 da Unicredit come direttore generale di Fonsai, che è figlio dell'attuale ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri. Ovviamente nessuno ipotizza che Peluso abbia per questo ricevuto un trattamento di favore.
Ma negli ambienti difensivi si fa notare che le stesse dichiarazioni di Peluso riportate nell'ordinanza dovrebbero portare a interrogarsi sul ruolo dei nuovi azionisti nelle operazioni successive al loro ingresso. Oltretutto, secondo le tesi difensive, le accuse di falso in bilancio e di manipolazione dei mercati che hanno portato alla emissione del mandato di cattura sono semplicemente la ripetizione una dell'altra: la manipolazione consisterebbe unicamente nella approvazione del bilancio consolidato 2010 di Fonsai, quello dove sarebbero state occultate le perdite per 538 milioni che avrebbero portato al deprezzamento del titolo.