L'industria Ue riparte ma Draghi resta cauto

Il miglioramento superiore alle attese dell'attività industriale nell'Eurozona, tornata in gennaio ai massimi da due anni e mezzo, non induce Mario Draghi ad abbandonare la prudenza: non è ancora il caso di «sbilanciarsi su «previsioni eccessivamente ottimistiche» nonostante i «primi segnali incoraggianti» dall'economia. La ripresa «resta debole e il rischio di battute d'arresto è elevato», afferma il presidente della Bce in una intervista al quotidiano svizzero Neue Buercher Zeitung.
Se Draghi appare rassicurato dal fatto che la crescita non si poggia più solo sulle esportazioni, ma in parte anche sulla domanda interna, è da qualche settimana che dall'Eurotower si sottolinea la disomogeneità della crescita. Senza una ripresa più decisa, è peraltro impossibile ridare impulso a un mercato del lavoro sofferente (la disoccupazione è al 12%). L'occupazione non aumenta dal dicembre 2011, anche se nell'ultimo anno le perdite di posti hanno segnato considerevoli rallentamenti. Infatti, dopo la stabilizzazione di dicembre, si sono verificati ulteriori e leggeri tagli occupazionali, secondo la società di ricerche Markit Economics, a causa dell'incertezza da parte delle aziende sulle possibilità di un incremento delle capacità produttive.
Questa sorta di paralisi è in parte responsabile dei venti di deflazione che stanno soffiando da qualche mese esponendo l'area al pericolo di essere risucchiata in una spirale di tipo giapponese. Draghi continua tuttavia a sostenere che le attese di inflazione nel medio periodo «sono stabili» e a giudicare «limitati» i rischi di un calo generalizzato dei prezzi. Il dato di fatto è che l'inflazione si è ulteriormente raffreddata in dicembre (+0,8% contro il target Bce al 2%) e che, in assenza di un rilancio dei livelli occupazionali e dei livelli di produzione, molto difficilmente si verificheranno pressioni sui prezzi nel breve termine.
Un futuro prossimo che vedrà Draghi impegnato a esaminare la qualità dei bilanci di 130 banche europee. Il presidente dell'istituto di Francoforte non sembra intenzionato a far sconti: «Negli Stati Uniti le banche che hanno chiuso sono state dieci volte di più rispetto all'Europa, dove quelle deboli dovrebbero uscire dal mercato». E comunque, in caso di fallimento degli istituti, il denaro dei contribuenti «sarà utilizzato solo come ultima risorsa». Infine, Draghi non ha gradito l'accordo raggiunto tra i Paesi Ue sul sistema unico di risoluzione delle crisi bancarie: i dieci anni previsti perché vada a regime «sono troppi».