Per l'Italia subito le riforme

L'ennesimo declassamento dell'Italia operato, questa volta, dall'agenzia di valutazione canadese Dbrs (non mi appassiona il lavoro delle agenzie di rating) attesta quanto purtroppo imprese e famiglie vivono sulla propria pelle: crescita inesistente e sistema finanziario più che debole. Uno stato di precarietà e di crisi permanente che rappresentano un inequivocabile atto d'accusa verso una classe dirigente miope e autoreferenziale; e decisori pubblici mentalmente afflitti dall'ideologia statalista. Siccome nulla lascia presagire che vi possa essere un deciso cambio di rotta nel 2017, l'Italia continuerà ad essere l'osservato speciale dell'Eurozona.

I titoli di Stato diverranno meno attrattivi: la Bce ne acquisterà in misura vieppiù ridotta e non vedo la coda degli investitori pronti a sostituirla. Per non dire delle nostre banche che vedranno aumentarsi dall'Eurotower il costo delle garanzie (ovvero le trattenute sul valore dei titoli di Stato). Questo perché l'Italia continua a presentare un debito pubblico di enormi proporzioni che, invece di diminuire, continua a crescere. Il contribuente subisce i danni di una finanza pubblica dissestata. E la politica fatica a comprenderne la gravità. Ritiene il debito pubblico quasi un fenomeno irrilevante. Per rendersene conto basta leggere i commenti dei rappresentanti del governo, emblema del cortocircuito e della distanza abissale che intercorre tra stanze dei bottoni e Paese reale. Lorsignori non vedono o, peggio, fingono di non vedere. Insomma, siamo dalle parti del «tutto va bene madama la marchesa». Intanto il senso di sfiducia avanza. Che fare, allora? Primo passo: urge avviare una coraggiosa riforma della pubblica amministrazione che finalmente tagli i ponti con la logica del privilegio e degli sprechi. A seguire altre riforme strutturali. Ma la prima è quella. Perché è lì che lo statalismo gode di ottima salute.

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