L'ultimo simbolo dell'Italia industriale

di Francesco Forte

Il Milan e l'Inter sono diventate cinesi. Un pezzo di Italia è andato oltre la Grande Muraglia. Ma si tratta di squadre di calcio, e la tecnologia che conta è quella personale con il pallone. Fiat è un'altra cosa. L'Italia con Fiat cinese sarebbe priva di una delle sue maggiori imprese private, di tecnologia avanzata. Gli italiani considerano Fiat quasi come una bandiera, dagli anni Venti del 900 in cui hanno cominciato ad andare in auto: con la Topolino e poi la Balilla. I francesi hanno comprato nostre imprese della moda e dell'alimentare e ora hanno una posizione eminente nei telefoni; i tedeschi e altri hanno acuisito aziende del cemento e della gomma; ma in Italia crescono nuove imprese della moda, dell'alimentare, delle industrie varie. Non è pensabile che da noi si faccia una nuova impresa d'auto. Torino che nei primi Anni 50 aveva 600mila abitanti, nel 1961 ne contava, con i Comuni della cintura, 1,2 milioni: perché la Fiat era già passata da 40 a 100mila addetti e ogni giorno arrivavano dal Sud lunghe file di famiglie con le valigie di cartone pressato in cerca di lavoro. La Fiat nei primi anni 50 aveva lanciato la 600, poi dal '57, la 500 e la 1100. Le 500 e le 600 potevano essere comperate a rate, dagli operai che guadagnavano 80-100mila lire al mese; le 1100 dal ceto medio. Tutte le famiglie ne avevano una, nuova o di seconda mano. Il capo della Fiat di allora, era Vittorio Valletta, che curava gli affari degli Agnelli. Nel 1966, le redini le prese Gianni Agnelli, che man mano divenne una specie di vice Re di Italia, a capo di grandi intrecci finanziari e politico-industriali: tanto che nell'ultimo periodo venne nominato senatore a vita. La Fiat e l'Italia erano diventate un binomio, anche perché essa si era sviluppata al Sud e in molte industrie collaterali. E così, nelle crisi, il pubblico erario ha assistito Fiat in modo doppio: con generosi aiuti fiscali e finanziari e con spese sociali, e con un posto privilegiato nelle privatizzazioni, che serviva a dare a Fiat aziende poi rivendute per migliorare i bilanci. Sinché è venuto il «nuovo miracolo» con Marchionne e con la creazione di Fiat Chrysler che è mezzo italiana e mezzo Usa, ha una sede fiscale a Londra, legale ad Amsterdam e una finanziaria a Wall Street; però su di essa sventola sempre il vessillo del made in Italy. Questo anche perché così è vissuto, negli Stati Uniti, il marchio Fiat. Gli Usa sono inoltre una nazione democratica, d'economia di mercato e hanno una consolidata collaborazione tecnologica con l'Italia. Invece Gwm (Great Wall Motors) con sede a Baoding, una città cinese di 10 milioni di abitanti, che vorrebbe comprarsi Fiat è per il 40% di un magnate cinese e per il 30% della città, che fa parte dello stato di Hebei, che a sua volta è nella Repubblica Popolare Cinese, controllata dal partito unico. La Topolino che va agli eredi di Mao per me è un incubo. Forse io sono retrogrado e non capisco che questa è la logica del progresso. Comunque spero che gli Agnelli non cedano le redini, a loro consegnate da Re Gianni.