Mediobanca salva l'utile e prepara la svolta

I numeri del 2011/2012 di Mediobanca non sono, infatti, brillantissimi anche se il bilancio si è chiuso con un utile, il dividendo sarà distribuito e il Core Tier 1 è in aumento. I profitti netti consolidati sono stati pari a 81 milioni di euro (369 milioni nel 2010-2011), una cedola di 5 centesimi (17 cent) e un indice di solidità patrimoniale che sale all'11,5% dall'11% dell'esercizio terminato a giugno dello scorso anno. Valori che si sono collocati nella parte bassa della forchetta di previsione degli analisti e che hanno perciò fatto virare il titolo in negativo (-3,55% a 4,07 euro) dopo una partenza positiva a Piazza Affari.
Le grandi pulizie di bilancio, decise da Nagel, hanno pesato per 573 milioni sull'intero anno finanziario (Telecom ha inciso per 113,3 milioni e i bond greci per 382). Solo nel trimestre aprile-giugno le svalutazioni sono ammontate a 256 milioni interessando la quota Rcs (23 milioni portando il totale a 77), portata al valore di carico di 1 euro e i cashes di Unicredit (132 milioni). Va detto, però, che il management ha già intrapreso azioni di efficientamento: l'esposizione sull'azionario (che tende a sbilanciare gli asset ponderati per rischio pur rappresentando un elemento di forza nel capitalismo di relazione all'italiana) è stata ridotta di 2 miliardi, mentre è aumentata la quota di titoli di Stato in portafoglio a quota 9,2 miliardi (sono quasi tutti Btp con durata non superiore ai tre anni, quella che gode della protezione Bce).
Il peso politico del portafoglio titoli (perdita di 63,5 milioni derivante dal calo del contributo ai ricavi di Generali a 146 milioni), come al solito, mette un po' in secondo piano il risultato della banca che è stato positivo. I ricavi sono rimasti stabili a 1,9 miliardi grazie al balzo degli utili da trading (+41% a 267 milioni) che hanno sostenuto il corporate banking. Le commissioni sono calate del 7% a 483 milioni causa crisi, ma Mediobanca ha organizzato aumenti di capitale per complessivi 13 miliardi nell'anno mettendo la propria firma su tutti i deal più caldi (da Unicredit a Unipol-Fonsai a Bpm fino a Edison-Edipower). Compass (+2% a 93 milioni l'utile del credito al consumo) e CheBanca! (+16% a 11,6 miliardi i depositi) hanno registrato performance soddisfacenti.
Ma la diatriba sulla vera natura di Mediobanca (holding o investment bank) è destinata a continuare ancora. Il nuovo piano industriale, ha fatto sapere un consigliere, arriverà solo dopo quello di Generali, perciò a primavera. Di conseguenza, la riduzione della quota nel Leone per migliorare i ratio patrimoniali arriverà solo dopo che i criteri di Basilea III saranno resi «definitivi». D'altronde, lo stesso Nagel ha spiegato che anche nell'ipotesi peggiore «con la gestione della partecipazione in Generali (13,2%), il nostro Core Tier 1 resterebbe sempre ben al di sopra del 10%». Fino a quando non ci saranno certezze la quota a Trieste non sarà alleggerita.
Alberto Nagel guarda al futuro, ma senza fretta. Come se ci fosse una sorta di stand-by. Anche su Rcs si aspetterà che Scott Jovane elabori il nuovo piano. Ieri il patto di Mediobanca e il suo consiglio hanno proceduto solo a espletare formalità legate al cambio di proprietà di Fonsai (si è visto anche l'ad Unipol Cimbri in sede): il maranghiano Alberto Pecci è tornato in cda al posto di Jonella Ligresti e Gilberto Benetton è nel direttivo del patto al posto dell'Ingegnere. Congelata la quota in Fonsai, come previsto dal diktat Antitrust. Tutto il resto, incluso il dossier La7, è rimasto fuori dalla porta
Ecco, la sensazione - anche se il clima di consiglio e patto è stato molto cordiale - è che si sia preferito aspettare assegnando al nuovo capo di Generali, Mario Greco, un ruolo di pivot. Una calma che non esclude cambiamenti futuri...