Mediobanca si veste da public company

I fondi al 29,6% superano il peso del patto di sindacato. E Nagel apre sul dividendo

La sede di Mediobanca in piazzetta Cuccia, a Milano

Il «salotto finanziario» che ha fatto di Mediobanca l'ago della bilancia del grande capitalismo italiano per mezzo secolo, è finito da tempo, ma quanto accaduto ieri in Piazzetta Cuccia appare un'altra tappa importante del viaggio verso la «public company» pianificato dall'ad Alberto Nagel.

Per la prima volta all'assemblea dei soci, chiamata ad approvare il bilancio 2016-2017 (0,37 euro la cedola) e rinnovare il cda, il peso dei fondi presenti è stato infatti maggiore del patto di sindacato: 29,6% i primi contro il 28,65% del patto, considerando che al 30,69% «ufficialmente» sindacato va sottratto l'1,79% svincolato da Pirelli e lo 0,25% della famiglia Zannoni. Senza contare che l'accordo parasociale, pur rinnovato al 2019, è disdettabile tra un anno.

«La partecipazione di fondi istituzionali è cospicua e particolarmente gradita», ha sottolineato Nagel all'assemblea, sottolineando come questa evoluzione sia un percorso «fisiologico, ben gestito e senza strappi, da cui non vediamo delle minacce». Poi una mezza apertura al mercato sul fronte dei dividendi: «La nostra dividend policy è al 40%, ma ogni anno facciamo il tagliando», quindi nulla «è scolpito nella roccia» e viene adeguato «in funzione» della capitalizzazione», ha detto il banchiere. Ribadita poi - per quanto concerne l'ex scrigno di partecipazioni - l'intenzione di cedere entro la fine del piano «il 3% o anche una quota superiore» di Generali, di cui Piazzetta Cuccia è oggi il primo socio.

Nagel ha poi mantenuto una linea dineutralità davanti alla causa miliardaria intentata dal gruppo Fininvest-Mediaset contro la Vivendi di Vincent Bolloré per il mancato acquisto della pay tv Premium: «Siamo vicini a entrambe le società (sia Fininvest sia Bollorè sono soci della banca d'affari ndr)», ha detto l'ad auspicando «soluzioni concordate» visto che le alternative sono «più costose» e «destinate ad avere meno successo». Subito dopo ha però punzecchiato quanti criticano l'egemonia della stessa Vivendi in Tim, al punto da convincere il governo a ricorrere al golden power: «Non c'è mai stata fila per investire» in Tim «e ora non possiamo dispiacerci che un gruppo della portata e dell'importanza di Vivendi» lo abbia fatto, «altrimenti abbiamo una visuale un po' strabica nella soluzione dei problemi». Venerdì il presidente di Tim e ad Vivendi, Arnaud de Pouyfontaine ha fatto una visita di «cortesia» a Mediobanca.

Tutto come previsto, infine, per la governance della banca d'affari fino al 2020. Accanto alla conferma di Nagel, Renato Pagliaro (presidente) e Francesco Saverio Vinci (dg), entrano in cda anche l'ex presidente Telefonica, Cesar Alierta, e l'ex di Mps, Massimo Tononi oltre a Valerie Hortefeuc (in quota Bollorè insieme alla figlia Marie); per i fondi Angela Gamba e Alberto Lupoi. La lista di maggioranza è stata votata dal 56% dei voti, quella di minoranza dal 42%.