Milano vince la gara delle «partecipate» Roma ostaggio dell'Atac

Le utilities pubbliche valgono 16 miliardi, il 17% del debito degli enti locali. Occupate nei cda più di 5mila poltrone

Un tesoretto di 15,8 miliardi, di cui 4,2 miliardi in valore di Borsa. Ecco quanto vale il portafoglio delle società partecipate da regioni, province e comuni secondo una ricerca dell'Area Studi Mediobanca che ha preso in considerazione un campione di 115 enti locali e aziende partecipate dal pubblico con una quota non inferiore al 33% oltreché con un fatturato superiore a 50 milioni.

I più ricchi? Il Comune di Milano con 2,5 miliardi, seguito da Roma con 2,1 miliardi, Brescia (1,6 miliardi) e Torino (1,2 miliardi), grazie soprattutto alle partecipazioni detenute nelle multiutility quotate. Per composizione geografica, a guidare la classifica del «valore» di portafoglio, tra gli enti locali analizzati da Mediobanca, è il Nord con 11 miliardi, seguito dal Centro con i suoi 2,4 miliardi e dal Sud, con un miliardo. Per quanto riguarda gli enti esclusi dall'indagine, ma conteggiati all'interno del totale di 15,8 miliardi di valore, a guidare la classifica è sempre il Nord con circa 1,2 miliardi, seguito dal Centro (0,2 miliardi) e dal Sud (0,1 miliardi).

La regione più ricca è la Lombardia con 531 milioni, seguita dal Friuli Venezia Giulia con 316 milioni. Non solo. Nel 2013 le società partecipate da enti locali (ovvero regioni, comuni e province) hanno realizzato ricavi per 30,7 miliardi, in crescita del 34,2% sul 2006 (a fronte del +9,8% dell'industria), diventando di fatto il quinto gruppo industriale italiano. Dagli acquedotti agli aeroporti, dalle autostrade all'energia elettrica e gas passando per l'igiene urbana e i trasporti pubblici locali, si tratta di società che sempre dal 2006 hanno generato utili per 4,7 miliardi nonostante le maxi perdite del trasporto pubblico locale (-1,6 miliardi cumulati) e il record nel rosso di bilancio vinto dal Lazio (con un -840 milioni, di cui 1,2 miliardi solo per l'Atac). Maglia rosa, invece, alla multiutility lombarda A2A che ha registrato la miglior performance con 1,5 miliardi seguita dall'omologa emiliana Hera a 858 milioni e dalla romana Acea a 843 milioni.

Ma il dato interessante che emerge dal rapporto dell'ufficio studi di Mediobanca, al netto delle pagelle, è anche un altro: se gli enti locali italiani vendessero le quote detenute nelle utility, potrebbero ridurre i loro debiti di quasi un quinto (il 17%). Sempre ragionando nell'ipotesi di una cessione e conseguente reinvestimento dei proventi a un tasso stimato a fine 2013 del 2%, gli enti locali avrebbero un ritorno di circa 330 milioni l'anno contro dividendi 2013 per 370 milioni. Non ci sarebbero, quindi, molte differenze né ragioni economiche per mantenere quote nelle utility, sostiene lo studio. Confermando però che la vera contropartita è l'esercizio del potere di nominare migliaia di consiglieri di amministrazione nelle numerose società partecipate che in caso di cessione del controllo verrebbe meno.

In un anno, i 115 enti locali presi in esame dagli esperti di Piazzetta Cuccia hanno espresso 5.008 nomine, di cui 2.048 in società 2.960 negli enti, con una media di 35 per comune, 27 per provincia e 101 per regione. Queste ultime pagano in media il 63% in più rispetto alle province e il 24% sui comuni. Per le figure apicali in un cda si passa dai 25.490 euro annuali dei comuni ai 31.847 delle province, ai 52.202 delle regioni.

Infine, se si guarda al rapporto fra compensi e Pil pro-capite regionale, emerge che un amministratore delegato di una partecipata arriva a guadagnare mediamente quasi quattro volte in più (3,7) a Cagliari e 3,5 volte a Napoli fino a 2,5 volte a Catanzaro. Record al Sud anche per i compensi medi al vertice delle partecipate delle province che vedono in testa Reggio Calabria con 6,7 volte il Pil pro capite regionale, seguita da Bari con 4,3 volte. Quanto alle controllate regionali, i compensi medi sono maggiori in Basilicata e Puglia.