Mps, 4.600 tagli e un miliardo di aumento

Il Monte dei Paschi di Siena cambia identità. La banca di Rocca Salimbeni, così com’è stata fino a ieri, resterà una fotografia in seppia nell’album dei ricordi. E non è solo per effetto dei 3,4 miliardi di Tremonti-bond (al Tesoro saranno chiesti 500 milioni in meno dell’importo stanziato), ma è tutto l’impianto del piano industriale 2012-2015 a mutarne l’anima. Da banca tradizionale si trasformerà in un istituto più concentrato sui servizi.
Ma andiamo con ordine. Il cda ha chiesto una delega all’assemblea che si svolgerà in autunno per aumentare il capitale fino a un miliardo con l’esclusione del diritto di opzione entro i prossimi cinque anni. «Un azionista molto rilevante (la Fondazione Mps) non avrebbe la capacità di seguirlo», ha spiegato il presidente Alessandro Profumo sottolineando che «la cessione sul mercato dei diritti creerebbe pressione sul titolo». Un’operazione finalizzata a garantire il rimborso dei T-bond che partirà l’anno prossimo e dovrebbe concludersi entro il 2015. La richiesta di aiuto allo Stato era inevitabile visto che i tempi per soddisfare le richieste dell’Eba erano strettissimi (la deadline è il 30 giugno per raggiungere il 9% di Core Tier 1) e il mercato non avrebbe accettato una nuova ricapitalizzazione per colmare il gap di 1,3 miliardi. La presa della Fondazione sul Monte, oggi al 36,3%, si ridurrà ma senza drammi. Ai valori di Borsa attuali (2,37 miliardi) il peso dell’ente guidato da Gabriello Mancini si diluirebbe attorno al 25 per cento.
Come ha spiegato Profumo, il business plan è stato scritto «con il vento a prua» tenendo conto di uno scenario macro sfavorevole: si stima un -1% annuo medio di ricavi che sarà ripianato attraverso il contenimento dei costi e il ridimensionamento del tasso impieghi-depositi all’88%. Meno margine di interesse (-3,1% medio di impieghi, meno raccolta (-0,6%) ma più servizi con la nuova banca online. «Lavoreremo in tempi brevi», ha garantito l’ad Fabrizio Viola garantendo che «gli obiettivi del piano (utile netto di 630 milioni nel 2015) sono raggiungibili».
L’emissione dei T-bond consentirà più tranquillità nella dismissione degli asset (il 60% di Biverbanca è andato a CrAsti per 203 milioni, seguiranno Consum.it e il leasing). Si risparmieranno 299 milioni con la riduzione del personale di 4.600 unità sulle 31mila attuali. Si tratta di 2.300 esternalizzazioni del back office, 1.300 uscite con le cessioni e il resto con esodi incentivati (100 manager in sovrannumero) e pensionamenti. La trattativa coi sindacati è stata aperta ieri: «Non chiamateli esuberi» ha messo le mani avanti Profumo, ma la Fabi è già sul piede di guerra. Niente più cessione di filiali: se ne chiuderanno 400 (la vendita non era pensabile se non a costo di minusvalenze eccessive) ma si stima una retention del 90%. Intanto si dovranno fare i conti con le svalutazioni del goodwill rimasto (2,2 miliardi a fine 2011). Probabile un risultato negativo anche quest’anno. Poco male se si pensa che con una perdita non si paga la cedola dei T-bond (stimata al 9% da Kepler). Le grandi case d’affari hanno apprezzato il realismo del piano. Il titolo dopo un rally iniziale ha chiuso in rialzo dello 0,47 per cento.