Nell'affaire Algeria spunta lo «Scaroni Trust»

Rogatoria dei pm di Milano che indagano su 13 milioni di fondi. L'ex ad Eni: «Soldi frutto del mio lavoro»

Spunta il «The Paolo Scaroni Trust» nell'inchiesta milanese in cui l'ex numero uno di Eni è indagato con altre persone per una presunta tangente di circa 198 milioni di euro che sarebbe stata versata da Saipem all'allora ministro dell'Energia algerino e al suo entourage. Si apre così un nuovo filone d'indagine, il cui obiettivo è capire se sono di provenienza lecita i 13 milioni di euro depositati nel trust fino al 2009 (la cifra è frutto dei calcoli di Bankitalia nell'ambito in un'ispezione in base alla legge antiriciclaggio), e poi in buona parte (11,186 milioni) riportati in Italia grazie allo scudo fiscale. La parte scudata è successivamente confluita nella Immobiliare Cortina, sotto il totale controllo di Scaroni al momento dell'ispezione.

L'ex numero uno del Cane a sei zampe si è già difeso sostenendo che la somma depositata è frutto dei guadagni realizzati mentre lavorava all'estero, ma i pm Fabio De Pasquale e Isidoro Palma, anche tramite una rogatoria in Svizzera, vogliono far luce sulla vicenda. Il trust è stato costituito nel paradiso fiscale di Guernsey, nella Manica, nel 1998, dopo il trasferimento di Scaroni in Gran Bretagna come ad della Pilkington. Secondo il rapporto ispettivo di Bankitalia, il trust aveva due trustee: Camperio Legal and Fiduciary Service, in Virginia (Usa), e Severgnini Family Office con sede a Milano in via Camperio. Il trust ha inoltre due protector, Rolando Benedick e Oreste Severgnini, mentre i beneficiari sono l'ex ad di Eni, la moglie e i discendenti. Un verbale dell'assemblea Eni del 2013 colloca tuttavia la costituzione del trust nel 1996, ricordando poi che la società ora «è fiscalmente totalmente residente in Italia e adempie a tutti i relativi obblighi fiscali e dichiarativi in totale trasparenza».