La Nigeria si sfila dal processo contro Eni e Shell

Nuovo capitolo nella maxi-tangente per l'acquisizione di un giacimento

La Nigeria si sfila dal processo per il presunto pagamento di tangenti che vede Eni e Shell sul banco degli imputati. Il Paese africano, pur essendo l'unica parte offesa nella vicenda su una maxi-mazzetta da 1 miliardo e 92 milioni di dollari, ha infatti deciso di non costituirsi parte civile nel procedimento per corruzione internazionale in corso a Milano e ancora in fase di udienza preliminare. Diverso invece l'atteggiamento di tre organizzazioni non governative - l'italiana Re Common, la nigeriana Heda e l'inglese The Corner House - che hanno fatto istanza per essere parte civile nei confronti delle 11 persone fisiche, tra cui l'ad del gruppo del Cane a sei zampe, Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni e l'uomo d'affari Luigi Bisignani, e non per le due società coinvolte in virtù della legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti, ovvero Eni e Shell. Le tre organizzazioni hanno chiesto di costituirsi parte civile in quanto soggetti danneggiati dal reato contestato nel processo, corruzione internazionale, perchè offenderebbe l'imparzialità della pubblica amministrazione ma anche la libera concorrenza, con riflessi sulla gestione delle risorse naturali. Le difese degli indagati in udienza preliminare si sono opposte alla richiesta dei legali delle Ong sostenendo che queste hanno statuti generici e non possono giustificare di aver subito un danno dai reati contestati in questo processo.

L'inchiesta riguarda una presunta tangente che sarebbe stata versata dalle due compagnie a politici nigeriani, tra i quali l'ex ministro del petrolio Dan Etete, per l'acquisizione (la presunta tangente equivale al prezzo dell'acquisto) nel 2011 di un giacimento petrolifero in Nigeria, noto con la sigla «Opl-245».