Le nozze delle Popolari a rischio «cortocircuito»

A otto mesi dalla riforma Renzi, che lo scorso marzo ha imposto alle banche popolari di trasformarsi in spa, i collegamenti avviati tra i primi 4 gruppi per accoppiarsi e creare due nuovi big del credito sono vicini al cortocircuito. Malgrado ripetuti incontri al vertice, presenti sia i capi azienda sia i presidenti, le promesse spose non trovano infatti l'accordo. Il nodo non sono tanto i concambi (Bpm e Ubi sono le più «care» in Borsa in termini di multipli), ma gli equilibri di governance (cioè come dividere le poltrone di comando) e dove sistemare la sede dopo le nozze. Un punto spinoso per istituti nati sotto il campanile come le coop, tanto che per lasciare a ognuno la propria bandiera si sta studiando di differenziare sede legale ed operativa.Sebbene ieri il Banco Popolare di Pier Francesco Saviotti abbia accelerato fino al 2% in Piazza Affari (+0,5% in chiusura) sull'impegno rimarcato mercoledì dal banchiere ad annunciare «novità entro l'anno», difficilmente tra un mese e mezzo ci sarà un'operazione fatta. Al massimo il Banco avrà deciso quale strada percorrere tra le due finora tentate; quella con la Bpm di Giuseppe Castagna appare comunque tornata in vantaggio nei pronostici dopo che gli abboccamenti con Ubi si sono rivelati più complessi del previsto. In caso di un accordo con Brescia, Equita calcola 560 milioni di sinergie e un concambio di 2 azioni Ubi per ognuna del Banco. Il gruppo di Victor Massiah, che ha già completato il passaggio assembleare verso la spa, starebbe peraltro sondando la stessa Bpm, che a sua volta, dopo aver esplorato la disponibilità della Bper di Alessandro Vandelli, ha coccolato l'idea di Carige. Chiunque si incammina verso Genova sa però che rischia di perdere il baricentro dell'azionariato visto che, oltre al frutti del risanamento impostato dall'ad Piero Montani, troverà un socio come Vittorio Malacalza (17%), che già in passato in Pirelli ha dimostrato di non aver problemi ad andare in guerra. Allo stesso modo nella base sociale delle popolari si respira una certa diffidenza sia verso il nocciolo duro dei soci bresciani di Ubi (accreditati di un pacchetto del 10-12%) sia nei confronti della Fondazione Cariverona di Paolo Biasi, che potrebbe diventare il perno di un futuro polo veneto benedetto dalla Lega Nord. Al momento comunque, nessuno pare osare incamminarsi verso le due malate non quotate del sistema: Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Entrambe si avvicinano infatti alle assemblee per aumento di capitale e spa, mentre sale la conflittualità con i soci, che minacciano di fare causa dopo il taglio forzato del valore delle azioni. La strategia del «pendolo» dilaga comunque anche a Bper, dove Vandelli non vuole diventare la spalla di nessuno. Accantonata l'idea di un'aggregazione con un gruppo più grande, Modena è ora tentata da due bocconi pregiati: la Popolare Sondrio guidata da Mario Alberto Pedranzini e il Creval di Miro Fiordi, che però potrebbero avviare un'operazione tra loro per non lasciare la Valtellina senza una banca tutta «sua». Insomma per ora i telefoni dei Signori delle Popolari suonano occupati come un vecchio duplex, ma se lo stallo proseguirà in molti scommettono che la Vigilanza diventerà molto più convincente.