Nuovo scoglio americano per Fca

Negli Usa stretta sulle emissioni fino al 2025. E con Trump, l'Epa cambia solo il capo

C'è un aspetto che Sergio Marchionne non ha forse messo in conto nel gestire la grana delle accuse arrivate dall'Agenzia americana per l'ambiente. È il fatto che lo spoil system previsto a breve, dopo l'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, riguarderà il vertice dell'Epa, con la nomina dell'«ecoscettico» Scott Pruitt, ma sotto di lui le cose non dovrebbero cambiare.

A occuparsi del presunto Dieselgate riguardante Fca saranno gli stessi tecnici e funzionari che hanno istruito il dossier sul quale sta ora indagando anche il Dipartimento di Giustizia.

Con Pruitt alla presidenza, a questo punto, queste persone dovrebbero rimangiarsi tutto o dimettersi in massa. A meno che Pruitt non decida di chiudere l'Epa, atto che dovrebbe passare però dal Parlamento. C'è un altro fatto da tenere presente: Marchionne ha detto che è dal settembre 2015, quindi da oltre 15 mesi, che Fca dialoga con l'Epa sul tema delle emissioni. È possibile che in tutto questo tempo gli emissari del gruppo non siano riusciti a spiegarsi?

Insomma, mentre domani la task force di Fca, tra cui il responsabile dei motori, Bob Lee, sarà in California dove incontrerà i tecnici dell'Agenzia locale per l'ambiente (Carb), non è detto che con l'ingresso il 20 gennaio di Trump alla Casa Bianca e i vari avvicendamenti che seguiranno, i problemi di Fca siano risolti tout court. Ci vorrà del tempo per fare chiarezza, anche perché l'Epa ha appena confermato gli standard molto restrittivi sulle emissioni delle auto fino al 2025, gli stessi più volte contestati dal settore. È una parte dell'eredità scomoda che Barack Obama consegnerà a Trump.

Il presunto Dieselgate ai danni di Fca (e in Francia nei confronti di Renault) non distoglie comunque l'attenzione dal possibile cambiamento degli scenari nell'auto. Milano Finanza ha rilanciato un possibile accordo tra Fca e il Gruppo Volkswagen, spiegandone i pro e i contro. A studiare il dossier sarebbero alcuni advisor. E considerando che nel 2019 Marchionne lascerà la guida operativa di Fca, verrebbero meno anche le ruggini tra il top manager italiano e il pari grado di Wolfsburg, Matthias Müller. I due non si amano, e lo stesso - in misura maggiore - valeva anche per l'ex numero uno Martin Winterkorn. Molto dipenderà dal raggiungimento degli obiettivi al 2018, che Marchionne ha confermato (zero debito), e soprattutto da quale impatto l'inchiesta Usa avrà sui futuri conti del Gruppo Fca. L'analista di Bank of America Merril Lynch, John Murphy, ritiene invece possibile che Fca potrebbe finire a un gruppo cinese fra tre o cinque anni. Fca fungerebbe da veicolo ai cinesi per entrare negli Usa. Murphy parla anche dell'ipotesi Gac, pubblicata lo scorso aprile dal Giornale, vista la joint venture con il Lingotto attiva in Cina. Gac, tra l'altro, è presente in questi giorni all'Auto Show di Detroit, prima società cinese a presentare uno stand.

«Lo sviluppo di Fca in Cina ha richiesto il nostro sostegno; ora per la nostra espansione negli Usa puntiamo su Fca», disse nel 2016 il direttore generale di Gac, Wu Song. Oltre che al governo di Pechino, un'ipotesi del genere deve però soprattutto piacere a Trump che con la Cina, almeno ora, ha qualche problema. Ma se i cinesi assicurassero un rafforzamento del polo produttivo, investimenti, occupazione e identità dei marchi, il nuovo presidente potrebbe favorire l'intesa.

E poi c'è General Motors, possibilità che Trump, secondo Marchionne, vedrebbe di buon occhio. L'unione, però, non sarebbe indolore in quanto comporterebbe la razionalizzazione della struttura commerciale negli Usa e ci sarebbero problemi di antitrust in Brasile. La carne al fuoco è tanta.