Obama spinge il Pil con la sanità

Un terzo della crescita Usa è garantito dalle spese per la salute. E per la Fed si complica il rebus dei tassi

La crescita Usa dell'1,5% nel terzo trimestre sembra dar ragione alla Federal Reserve, che a metà settimana aveva definito «moderato» il passo dell'economia. In realtà, la situazione è ben più delicata. La percentuale legata al Pil va sempre presa con le pinze: sempre meglio dare un'occhiata sotto al tappeto. La polvere non manca mai.

Così, mentre la mirabolante espansione del second quarter (+3,9%) era stata assicurata dall'ipertrofia delle scorte aziendali, ovviamente calate tra luglio e settembre (l'apporto al Pil degli stock resta comunque assai importante), basta grattare un po' la superficie per scoprire che c'è un altro pilastro che tiene in piedi l'economia Usa: l'Obamacare, la riforma sanitaria fortemente voluta dal presidente Usa, e ferocemente osteggiata dai repubblicani, il cui certificato di “esistenza in vita“ è timbrato da una sentenza della Corte Suprema. Ebbene, dei poco più di 60 miliardi di dollari di aumento del prodotto lordo nel terzo trimestre, ben oltre 18 (il 30%) sono stati garantiti proprio dalle spese sanitarie. E ciò succede da cinque trimestri consecutivi. Dunque, l'apporto dei contribuenti, essendo l'Healthcare finanziato attraverso i versamenti obbligatori pena una tassazione aggiuntiva sul reddito, tiene in piedi la crescita. Di sicuro, la rivoluzione introdotta dalla Casa Bianca ha fatto ulteriormente lievitare una spesa per la salute, doppia rispetto a quella per la difesa, che già era la più alta al mondo.

Non male per un Paese che siede su una montagna di debito pubblico, pari quasi a tre volte la ricchezza nazionale. Certo, quel che conta è la sostenibilità di quel debito. E finchè il dollaro sarà la moneta di riserva mondiale, no problem . Ciò che più preoccupa, allora, dovrebbero essere i debiti privati. Ogni mese, tra i dati più monitorati c'è quello sui consumi: se crescono, tutto bene. Ma spesso la consumer spending viene finanziata a debito. Nulla di peccaminoso, a patto di non esagerare. E qualche segnale di esuberanza irrazionale, per dirla con Alan Greenspan, non manca proprio dando un'occhiata alle spese fatte nell'ultimo trimestre. Oltre 10 miliardi sono infatti serviti per comprare dal Suv alla playstation, dal cd al viaggio esotico, dal libro all'abbonamento in palestra. Ricreazione per tutti, insomma.

Anche se chi, come gli Stati Uniti, ha un debito pro capite di 53mila dollari, con sacche di disoccupazione (e sotto-occupazione) ancora alte, dovrebbe forse darsi una regolata. Una tabella della Fed di New York misura con precisione l'esposizione degli americani: oltre 11.000 miliardi di debito complessivo, calcolando quelli contratti con i mutui per la casa (oltre 8mila miliardi); con altri prestiti immobiliari (500 milioni); con le carte di credito (703 milioni); con i prestiti per acquistare un'auto (1.000 miliardi), o per far studiare i figli (1.120 miliardi). Gli student loan debt hanno avuto una progressione esponenziale dal 2003, quando valevano 240 miliardi, e oggi rappresentano - a causa delle insolvenze - un'area di rischio per l'economia Usa. Se è vero che le due stelle polari che orientano le decisioni della Fed in materia di tassi sono l'inflazione e la disoccupazione, è altrettanto vero che Eccles Building ha ben presente quali sono le criticità da tenere sotto controllo. Come, appunto, la scarsa consistenza della crescita e gli alti livelli di indebitamento. E, alla fine, potrebbero proprio essere queste zone grigie a convincere Janet Yellen a non alzare il costo del denaro in dicembre.