Ok dei soci all'aumento, Carige è salva

Malacalza si sfila dall'assemblea e la maxi-operazione da 900 milioni va in porto

«Non sono né felice né triste, ho fatto quello che andava fatto per il bene della banca e della città», disse Vittorio Malacalza nel marzo del 2015, il giorno dopo aver acquistato il 10,5% di Carige e iniziato l'avventura che poi l'ha portato a diventare primo azionista dell'istituto ligure. Col senno di poi chissà se lo rifarebbe. Ma forse anche ieri ha pensato al bene della banca e di Genova. E alla fine si è fatto da parte. La holding di famiglia Malacalza Investimenti, al momento proprietaria del 27,5% del capitale, non ha partecipato ai lavori mentre l'imprenditore ieri mattina si è seduto in platea come un piccolo socio qualunque, ovvero con una manciata di azioni detenute a titolo personale. Poi però, verso le 14, si è alzato ed è uscito dalla sala del Tower Hotel. E non è più tornato. Lasciando così che l'aumento di capitale da 700 milioni venisse approvato a larghissima maggioranza dal 91% dei presenti pari al 43,3% del capitale.

La domanda ora è: Malacalza è stato davvero «domato» o tornerà all'attacco? Va detto che l'intera manovra da 900 milioni 700 di aumento più i 200 milioni di prestito subordinato è garantita: anche se il primo azionista non parteciperà alla ricapitalizzazione, questa andrà in porto lo stesso diluendone la quota. Con la mossa di ieri Malacalza fa però salva la possibilità di impugnare la delibera dell'assemblea, ipotesi consentita per chi vota contro, si astiene o non partecipa al voto.

È stata l'assenza della famiglia Malacalza a consentire il via libera al piano di rafforzamento patrimoniale studiato dai tre commissari insieme al Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) e a Cassa centrale banca (Ccb), con il placet della Bce. La famiglia Malacalza, non presentandosi in assemblea, «ha reso possibile questo risultato: è stata una scelta consapevole e generosa», ha commentato Pietro Modiano che con Fabio Innocenzi e Raffaele Lener probabilmente rimarrà commissario di Carige finché non andrà in porto la ricapitalizzazione. L'obiettivo è realizzarla entro l'anno, dopodiché verrà convocata un'altra assemblea per ricostituire gli organi societari e il titolo della banca genovese sospeso da inizio gennaio potrà anche tornare ad essere scambiato in Piazza Affari.

Carige è salva per la quarta volta in sette anni. Sarà l'ultima? Il piano è stato approvato ma ora comincia la vera sfida per il rilancio. Che non sarà semplice: nel 2007 l'istituto valeva 6 miliardi. Prima dell'amministrazione straordinaria e della sospensione del titolo, appena 80 milioni, ora è valutata poco più di 55. Non solo. Dal gennaio 2014, ha detto Innocenzi rispondendo a un socio in assemblea, ha perso il 98,3% dei circa 2,2 miliardi delle ultime ricapitalizzazioni fatte (da 850, 800 e 560 milioni).

Nel frattempo, sono in molti a tirare un sospiro di sollievo. A cominciare dal governo che rischiava di dover gestire una nuova grana bancaria: «Su Carige avevamo promesso una soluzione di mercato e così è stato, in questo modo è stata preservata e rilanciata un'azienda che è un prezioso polmone finanziario per la Liguria e per i suoi cittadini», ha scritto su Twitter il premier Giuseppe Conte. Brinda anche l'Abi. «Un grande successo per le banche italiane», ha commentato il presidente Antonio Patuelli riferendosi al cordone sanitario stretto dalle associate attorno all'istituto genovese tramite il Fondo interbancario. Lo stesso Fitd perde qualche centinaio di milioni ma evita di rimborsare 8 miliardi di depositi. Mentre la trentina Ccb si prepara a diventare il partner industriale della nuova Carige.