Ora le banche non si fidano più delle imprese

Il rapporto tra il sistema bancario e quello imprenditoriale non è mai stato facile. La crisi globale ha contribuito a inasprirlo. Da una parte, molte aziende - a corto di liquidità e con il fatturato in picchiata - sono diventate da un giorno all'altro «insolventi», cioè non sono state più in grado di restituire i debiti e, perciò, hanno reso più complicato il mestiere del credito. Dall'altro lato, le banche - che hanno avuto difficoltà a rifornirsi di denaro in quanto penalizzate dal «rischio-Italia» - hanno chiuso i rubinetti. E hanno comprato Btp per fare profitti lucrando sui rendimenti in rialzo.
La Cgia di Mestre, analizzando i dati della Banca d'Italia, ha restituito una fotografia di quanto è accaduto all'economia del nostro Paese tra il dicembre del 2011 e il maggio di quest'anno. I titoli di Stato detenuti dalle banche italiane sono aumentati dell'88,5%, da 209,6 a 395,1 miliardi di euro. Nel semestre dicembre 2012-maggio 2013 lo stock di bond governativi è cresciuto di 64 miliardi.
I prestiti alle imprese, invece, sono diminuiti del 5% a 936,7 miliardi. In un anno e mezzo le aziende hanno dovuto fare a meno di 49,3 miliardi di affidamenti. In pratica, gli istituti di credito hanno giocato in difesa, stringendo i cordoni della borsa nel momento in cui la quota di prestiti in sofferenza (cioè con rate scadute e non onorate da più di 180 giorni) sono cresciuti del 29,4 per cento. A maggio 2103 hanno raggiunto un volume di 104,2 miliardi.
«Sarebbe ingeneroso criticare le banche per queste scelte», ha commentato Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, ricordando che quegli «investimenti redditizi a basso rischio» hanno contribuito a «immettere una forte dose di liquidità nel sistema salvando l'Italia dal crac finanziario». Ora, però, «è indispensabile ritornare ad investire nell'economia reale», ha aggiunto. Secondo Bortolussi, «è necessario che tutti gli istituti tornino a rischiare assieme al sistema produttivo» come hanno continuato a fare credito cooperativo, Popolari e casse di risparmio.
Nel termine «rischio», utilizzato dal leader della Confartigianato di Mestre, c'è tutta la spiegazione di questa impasse. Il finanziamento Ltro della Bce ha una durata di tre anni e quindi può essere usato dagli istituti solo su quella scadenza. Un contratto di mutuo, generalmente, ha un'estensione temporale maggiore e quindi la raccolta di moneta con cui la banca «copre» quel prestito deve avere una durata equivalente. A questo vincolo interno se ne aggiunge uno esterno che è rappresentato dalla normativa europea sempre più stringente e che la Vigilanza della Banca d'Italia mette in atto. Le nuove regole di Basilea 3 e i periodici stress test dell'authority bancaria europea, l'Eba, richiedono non solo uno stringente adeguamento delle riserve liquide, ma anche un incremento della copertura dei crediti a rischio, cioè degli stanziamenti per far fronte a eventuali inadempienze. La semestrale di Intesa Sanpaolo, che ha visto l'utile ridursi di due terzi a 422 milioni in virtù di 2,8 miliardi di accantonamenti e svalutazioni, ne è un esempio lampante. Il rispetto delle regole internazionali restringe la redditività e quindi la possibilità di fare credito. E questa realtà il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, la conosce molto bene.