Ora Patuano vuole tenersi il Brasile e la rete Telecom

Tenersi stretti sia Tim Brasil sia la rete. Questo pare l'orientamento di Marco Patuano, ad di Telecom Italia, in procinto di giocare una partita difficile. Da quando i soci italiani di Telco hanno deciso di cedere il pacchetto azionario della holding di maggioranza agli spagnoli di Telefonica, i colpi di scena non sono mancati. Compresa, ed è la prima volta, i voti contrari in assemblea per la nomina dei nuovi rappresentanti scelti da Telco, nel consiglio di amministrazione. La Findim di Marco Fossati e i piccoli azionisti di Asati sono riusciti nell'impresa di smuovere le certezze degli investitori istituzionali che non hanno così votato compatti per Telco, che detiene il 22,4% delle azioni Telecom. Grazie a questo, Patuano potrebbe riuscire dove l'ex presidente Franco Bernabè ha fallito: trasformare Telecom in una società con capitale diffuso chiedendo soldi al mercato per potersi tenere stretti gli asset di valore. Ossia Tim Brasil, che rappresenta il 35% dei ricavi, e la rete: 15 milioni di chilometri soprattutto in rame e da rinnovare, che però arriva nelle case di oltre 20 milioni di clienti. Utenti che, prima o poi, avranno bisogno dei servizi a banda ultralarga per vedere film, ma anche per fare la spesa, controllare i figli o far partire la lavatrice.
Tenersi strette Tim Brasil e la rete però non è a costo zero. Per sostenere Telecom, che vede margini in calo in Italia ed è oberata da un pesante debito, serve infatti una pesante iniezione di liquidità, in parte supplita, per ora, dall'emissione del contestato bond convertendo da 1,3 miliardi su cui la Consob sta indagando. Per questo, secondo Telefonica, la cessione di Tim Brasil per Telecom, che ha 29 miliardi di debito, ne capitalizza 10 con 20 miliardi di fatturato (previsto in calo), sarebbe una strada obbligata per riportare il giudizio sul debito fuori da «junk», spazzatura. Per ora Patuano, che pare non sia più considerato «affidabile» da Telefonica che cerca il rimpiazzo, ha sposato la politica dei piccoli passi, compreso il riassetto interno che si limita a una sola vera novità. Ossia il ridimensionamento di Oscar Cicchetti, manager «riportato» in Telecom da Franco Bernabè come direttore strategie. Un ruolo chiave, viste le implicazioni dell'uso della banda larga, che passerà a Patuano.
E poi c'è la politica. Oggi nel Consiglio dei ministri verrà esaminato un sunto (per la versione completa bisogna aspettare la settimana prossima) del secondo rapporto Caio. Il primo, Francesco Caio, manager delle tlc, l'aveva redatto nel 2009 per il governo Berlusconi. Confrontando i dati attuali e quelli del 2009 si notano miglioramenti anche se ci sono ancora 2,3 milioni di italiani (il 4% della popolazione) a non avere accesso alla banda larga (era il 12%). Ma solo il 14% delle famiglie può contare su una banda ultraveloce (oltre 30 Mb), mentre per i 100 Mb la copertura è di un misero 2%. Sotto i 30 Mb, invece, si è al 55%. Insomma, i dati indicherebbero che l'Italia è in ritardo per il raggiungimento, entro il 2020, degli obiettivi dell'Agenda digitale Ue. Ma vendere il Brasile per investire nella rete in Italia, come dice qualcuno, sarebbe un azzardo senza una vera strategia di lungo termine.