Parigi non fa cambiare idea a Draghi

«La Bce agisce senza subire pressioni elettorali: avanti col Qe, l'inflazione è debole»

Rodolfo Parietti

Non basta un Emmanuel Macron proiettato verso l'Eliseo per modificare il navigatore di Mario Draghi, che resta tassativamente tarato sulla destinazione da tempo già stabilita: quantitative easing almeno fino alla fine dell'anno. Anche oltre, se sarà il caso. Insomma: niente Frexit, ma neanche exit strategy, cioè il ritiro progressivo delle misure non convenzionali, da annunciare magari in giugno. Nel board della Bce di ieri non se ne è neppure parlato perché «non c'è stato alcun bisogno di discuterne», ha puntualizzato il presidente dell'Eurotower. Con ciò escludendo che il risultato del voto per le presidenziali francesi abbia in qualche modo condizionato la dialettica interna alla banca centrale, modificandone i delicati equilibri interni. «Discutiamo di politiche, non di politica. E non prendiamo decisioni sulla base dei risultati elettorali», ha aggiunto. Ciò non toglie che, a livello generale, la Bce non abbia uno sguardo troppo benevolo verso gli appuntamenti con le urne, considerati un elemento distraente. «È chiaro - ha riconosciuto Draghi - che una volta che un Paese entra in un importante ciclo politico ed elettorale, la spinta per le riforme rallenta. Tuttavia, questo non giustifica la totale mancanza di iniziative». Al contrario, è necessario agire mettendo in pratica «le decisioni già prese». Soprattutto in quei Paesi in cui «c'è molto da fare anche solo in termini di attuazione». Ciò vale soprattutto per l'Italia? «Non guardiano ai singoli Paesi», ha detto Draghi, che però in un altro passaggio è sembrato riferirsi proprio alla situazione italiana. «Rimane una fragilità del sistema bancario, in alcuni Paesi ci sono degli Npl, che se non ci fossero stati avrebbero portato ad una crescita migliore del credito».

È un tasto, quelle delle riforme incompiute, lasciate a metà o solo annunciate, su cui Draghi batte da tempo. Consapevole com'è che dal problema europeo dei bassi livelli di produttività si può uscire solo se dietro c'è un sistema efficiente, moderno e flessibile modellato dai cambiamenti strutturali. Senza concessioni ai protezionismi, un rischio che però «sembra attenuato». Per ora, Eurolandia deve accontentarsi di essere passata da una ripresa fragile e non omogenea a una ripresa che «diventa sempre più solida. I rischi al ribasso sono ulteriormente diminuiti, ma le pressioni sottostanti all'inflazione restano deboli». La dinamica dei prezzi è infatti ancora considerata insoddisfacente. «Non abbiamo fiducia a sufficienza che si muoverà verso l'obiettivo previsto in modo sostenibile» e «non c'è alcun motivo per deviare da queste nostre indicazioni». Così, prima di avviare una normalizzazione della politica monetaria, occorre che l'obiettivo di inflazione vicino al 2% valga «per tutta l'eurozona e non per un solo Paese». Chiaro il riferimento alla Germania che spinge invece, almeno a giudicare dalle fresche affermazioni del numero uno della Bundesbank, Jens Weidmann, per la totale rottamazione entro un anno del piano di acquisti da 60 miliardi di euro mensili. E che, in base all'ultima intemerata del ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, considera «dannosa» la politica monetaria accomodante di Francoforte. Tagliente la replica di Draghi: «Posso solo dire, in modo generale, che è ironico sentire che questi commenti giungono da chi, da sempre, difende l'indipendenza della banca centrale».

È verosimile che nei prossimi mesi lo scontro dialettico si faccia anche più aspro, visto che le divisioni sono forti non solo sul quantitative easing ma anche sui tassi, in particolare su quelli - negativi - sui depositi presso la Bce. Una scelta mirata che l'ex governatore di Bankitalia continua a difendere: «Sono stati positivi per la ripresa dell'economia dell'eurozona, avendo avuto un forte impatto nel migliorare le condizioni finanziarie per imprese e famiglie». Avanti così. Fino a quando?