Parmalat, in appello condanne confermate per Geronzi e Arpe

Cesare Geronzi e Matteo Arpe quando erano ai vertici di Capitalia

La Corte d'Appello di Bologna ha confermato le condanne inflitte in primo grado all'ex presidente di Banca di Roma-Capitalia, Cesare Geronzi, e all'allora direttore generale dell'istituto romano, Matteo Arpe, per la vicenda della vendita delle acque minerali Ciappazzi, filone secondario dell'inchiesta sul crac Parmalat.
Il 29 novembre 2011 Geronzi era stato condannato dal Tribunale di Parma a 5 anni per bancarotta e usura. Per Arpe il capo di imputazione era bancarotta (tre anni e sette mesi). Confermate, come chiesto dal procuratore generale Umberto Palma, anche le condanne per gli altri 6 imputati, tutti dirigenti del gruppo bancario romano. Confermate anche le pene accessorie, che erano l'interdizione per 10 anni dall'esercizio di impresa e l'interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Per Arpe, che è presidente della quotata Banca Profilo, dovrebbe scattare l'autosospensione con la conseguente convocazione di un'assemblea che dovrà votare la fiducia al manager. Dopo la sentenza di primo grado, l'assise di Banca Profilo reintegrò Arpe.
«Si tratta di una sentenza che ci ha davvero sorpresi, in quanto è stata confermata una pronuncia di condanna, nonostante sia stata dimostrata non soltanto la totale assenza di prove a carico, ma la presenza di numerosissime prove a discarico», hanno commentato Mauro Carelli e Sergio Spagnolo, legali di Arpe, preannunciando ricorso in Cassazione. La sentenza d'appello sarà pubblicata entro 90 giorni.
La vicenda delle acque minerali Ciappazzi risale al 2002. Secondo l'ipotesi accusatoria, Cesare Geronzi avrebbe imposto all'allora patron di Collecchio, Calisto Tanzi, l'acquisto per 18 milioni di euro di un'azienda decotta in cambio di un finanziamento-ponte di circa 50 milioni a Parmalat spa, destinato a far affluire liquidità alla dissestata Hit-Parmatour. Una volta firmato il contratto e scoperta la situazione finanziaria di Ciappazzi, Tanzi aveva sospeso il pagamento della terza rata di acquisto, ma Geronzi lo avrebbe indotto a cambiare idea, subordinando la concessione del credito alla chiusura dell'operazione sul gruppo di acque minerali.
La Procura di Parma, invece, aveva chiesto l'assoluzione di Arpe in relazione alla vendita dell'azienda di imbottigliamento. Il Tribunale di Parma, infatti, lo aveva assolto da questa accusa e la sentenza è stata confermata in appello a Bologna. La sua responsabilità nella vicenda è stata collegata al prestito-ponte da 50 milioni concesso a Parmalat. La ricostruzione investigativa ha evidenziato che Matteo Arpe avrebbe concorso alla bancarotta di Parmalat per avere controfirmato la lettera con cui Capitalia trasmetteva a Banca di Roma il benestare al finanziamento.
Anche i difensori di Geronzi hanno preannunciato il ricorso in Cassazione. Nelle dichiarazioni spontanee rese durante la fase dibattimentale l'ex numero uno di Capitalia aveva sottolineato come Tanzi avesse rappresentato «una situazione contabile-amministrativa falsa». Come ha sottolineato il difensore Franco Coppi: «Anche ai giudici di Bologna sono bastate le parole di Calisto Tanzi, ma le responsabilità penali non si costruiscono su congetture e presunzioni».