Parmalat, il pm chiede 13 anni per Tanzi

La procura di Milano vuole la condanna per aggiotaggio: pene severe, da
tre anni e mezzo a sei, per i manager coinvolti. "Un caso irripetibile". È il massimo mai inflitto per un reato di questo tipo. Ma tra un mese compirà 70 anni e difficilmente entrerà in prigione

Milano - «Bisogna guardare alla gravità del fatto, alle motivazioni che hanno spinto al delitto. E al comportamento di quelli che del reato commesso e dei danni causati se ne sono infischiati». Calisto Tanzi non è in aula, a sentire la parte finale della requisitoria contro di lui nel processo per aggiotaggio, il primo processo per il crac della sua Parmalat che arriva alla conclusione. Se fosse in aula, forse Tanzi capirebbe che quando il pubblico ministero Eugenio Fusco parla di imputati che dei disastri commessi «se ne sono infischiati» parla proprio di lui. E se il riferimento non è abbastanza chiaro lo diventa subito dopo, quando il pm fa l’elenco delle richieste di condanna.

Per Tanzi, per il Cavaliere Bianco del latte italiano, per l’uomo che faceva scorrazzare in elicottero ministri e cardinali, che nominava presidenti del Consiglio nel tinello di casa, la Procura di Milano cala una mazzata impressionante: tredici anni di carcere. Una pena da delitto di sangue, più alta del doppio o del triplo del massimo mai inflitto per un reato di questo tipo.

Certo, è solo la requisitoria, la richiesta dell’accusa. Nelle prossime udienze i legali di Tanzi, Gianpiero Biancolella e Fabio Belloni, cercheranno di convincere il tribunale che Tanzi è sì colpevole - questo sarebbe difficile negarlo - ma che nella scala delle colpe le sue stanno sotto quelle del sistema bancario, che nella fase finale era divenuto il vero padrone di Collecchio. Ma la mazzata è di quelle che restano impresse. E l’unica consolazione per Tanzi è controllare il calendario, ricordarsi che tra un mese compirà settant’anni e che quindi in carcere a scontare la pena difficilmente ci finirà mai, qualunque sia l’esito del processo.
Per capire le ragioni di tanta asprezza bisognerebbe ricostruire i due anni del processo, l’analisi meticolosa che la Procura milanese ha compiuto della parabola di Parmalat. Qui non si processa la bancarotta, il crac finale, che verrà giudicato dal tribunale di Parma. Qui si è cercato di capire come sia stato possibile che per quasi dieci anni una società che era ormai tecnicamente fallita sia stata tenuta in vita grazie ai soldi che rastrellava sul mercato del risparmio, grazie alle colossali bugie che venivano raccontate ai risparmiatori, alla Borsa, ai revisori dei conti. «Un caso di aggiotaggio irripetibile - lo ha definito con una punta di ottimismo il pm Fusco - per modalità, durata, danni provocati».

Che, nella fase finale, il giocattolo fosse sfuggito di mano a Tanzi e al suo staff, la Procura lo riconosce esplicitamente. A fare il bello e il cattivo tempo a Collecchio, spremendo quel che restava di Parmalat, erano le banche. Bank of America in testa, cui ieri il procuratore aggiunto Francesco Greco dedica parole di fuoco: «Simulazioni, menzogne, complicità, inerzia dolosa e consapevole»; e ancora, «tassi da usura», «soldi in cambio dell’omertà». Ma anche Citibank e le altre banche coinvolte - Ubs, Morgan Stanley, eccetera - non erano da meno, dice Greco.
Però la responsabilità delle banche non scalfisce in nulla, nella ricostruzione dell’accusa, le colpe di Calisto Tanzi. All’inventore di Parmalat i magistrati milanesi attribuiscono un mix di incapacità, manie di grandezza, spregiudicatezza, totale disinteresse per le norme del codice e della morale. Solo così fu possibile che un’azienda decotta come Parmalat venisse spacciata come un’impresa in piena salute davanti ai risparmiatori di tutto il mondo. «Da un certo punto in avanti - ha detto ieri Francesco Greco - Parmalat stessa era solo un artificio contabile. Il titolo Parmalat non aveva diritto di esistere, perché una società con un patrimonio netto negativo di 14 miliardi di euro è nella sostanza una società inesistente».

Eppure si finse che esistesse, e il buco nei conti diventò voragine. Pene severe vengono chieste anche per i manager di Bank of America (sei anni a Luca Sala, cinque per Luis Moncada, tre e mezzo per Antonio Luzi) e per i consiglieri d’amministrazione di Parmalat: cinque anni per Luciano Silingardi e Paolo Sciumè, quattro per Enrico Baracchini, tre e mezzo per Giovanni Bonici.