Parte il piano di cessioni

L’istituto genovese ha bisogno di 500 milioni per rafforzare il patrimonio. E per contenere l’aumento di capitale venderà le due compagnie, ma anche la sgr di gruppo e la quota del 20%  nella Autostrada dei Fiori

Ha davanti a sé un ostacolo molto arduo: l’aumento di capitale. Un’operazione necessaria, dopo una severa pulizia di bilancio e le perdite scavate dal settore assicurativo: 63 milioni il rosso consolidato, a fronte di sofferenze lorde in aumento del 46% a 1,97 miliardi, con una incidenza sugli impieghi giunta al 6,3%. Ma Carige non sembra avere alcuna voglia di mettere mano al portafoglio.

L’obiettivo del presidente Giovanni Berneschi e il direttore generale Ennio La Monica è, infatti, quello di limitare l’esborso dei soci, Fondazione Carige in testa che, con un aggressivo piano di cessioni che porterà la banca a rinunciare proprio al business delle polizze. Ma il contesto non è certo facile. Tanto che anche le Generali di Mario Greco hanno lasciato scivolare ai tempi supplementari il processo di vendita della svizzera Bsi e della controllata americana davanti alla penuria delle proposte sul tavolo rispetto alle aspettative. Nel frattempo, Carige prosegue il riassetto che ha portato alla nascita della subholding Carige Italia, sotto cui sono stati concentrati tutti gli sportelli esistenti fuori dalla Liguria con l’obiettivi strategico di espandere la rete su scala nazionale.

In che modo, dunque, la banca genovese vuole superare la crisi di liquidità? BancaFinanza lo ha chiesto direttamente a Berneschi e La Monica.

Domanda. Carige vuole raccogliere 800 milioni di euro con le cessioni così da evitare un aumento di capitale, che sarebbe pesante. Il contesto continua però a essere sfavorevole a chi vende. Come venirne fuori?

Berneschi. Non parlerei di un contesto sfavorevole, anche in vista della condizione complessiva del mercato. Il comparto assicurativo danni, in particolare quello auto, sta andando incontro a una ripresa di redditività dovuta al calo del numero di incidenti.

D. Che cosa mettete sul piatto?

Berneschi. Prima di tutto, la nostra offerta contempla una compagnia vita, Carige vita nuova, che ha in portafoglio 476 milioni di premi e ha totalizzato un utile di 45 milioni a fine 2012. La compagnia distribuisce le proprie polizze mediante una rete di commerciale di quasi 700 filiali bancarie. Possiamo dire che, a livello informale, abbiamo già constatato parecchia attenzione verso le nostre compagnie. Vedremo nei prossimi mesi se e come questo interesse si concretizzerà.

D. In passato la banca aveva scommesso con forza sulle polizze. Come motiva il cambio di rotta?

Berneschi. Abbiamo investito sulle assicurazioni perché abbiamo sempre creduto nella forza di una rete in grado di coprire le esigenze, finanziarie, previdenziali e assicurative della clientela. Questo nostro approccio oggi non cambia assolutamente, ma si aggiorna e si adegua alle mutate condizioni del mercato e degli orientamenti della vigilanza europea. Questi, imponendo alle banche la non imputabilità al patrimonio di base delle partecipazioni nelle società assicurative, e quindi il loro stralcio ai fini del calcolo dei coefficienti patrimoniali, suggeriscono la dismissione di questi asset. A ciò si aggiunga che, a partire dal 31 marzo 2014, Carige sarà uno dei gruppi bancari soggetti alla vigilanza della Bce. Questo per noi rappresenta un traguardo molto importante, ma anche l’impegno a raggiungere prima possibile i nuovi parametri previsti da Basilea 3. Dalla concomitanza di questi fattori nasce la decisione di ricorrere a un rafforzamento patrimoniale da 800 milioni di euro, da realizzare soprattutto tramite la dismissione degli asset assicurativi.

D. Oltre a Carige vita nuova e Carige assicurazioni, il gruppo ha posto in vendita anche Carige sgr e il 20% delle Autostrade dei Fiori. Qual è l’incasso minimo che vi prefiggete, viste anche le risorse appena iniettate per rafforzare il patrimonio delle società in vendita prima di cederle?

Berneschi. Al momento è ancora in corso la vendor due diligence ed è prematuro parlare di cifre. Possiamo solo dire che, in base al mandato del consiglio di amministrazione, il processo di dismissione dovrà realizzarsi in modo tale da minimizzare la quota di aumento richiesta agli azionisti in contanti.

D. Non sarebbe stato meglio limitare il piano cessioni e ricapitalizzare?

Berneschi. Il ricorso al mercato, in questa fase difficile, avrebbe comportato un ulteriore deprezzamento del corso dell’azione, pregiudicando soprattutto i risparmi di tanti piccoli azionisti che hanno investito e dato fiducia alla banca in questi anni di turbolenze finanziarie. A ciò si aggiungono le ragioni di opportunità, che ho già illustrato, di dismettere il comparto assicurativo. Si è quindi determinato un quadro complessivo che ci ha suggerito di contenere al minimo la parte di aumento di capitale in contanti.

D. La banca ha cambiato struttura, creando Carige Italia, in cui ha concentrato gli sportelli situati fuori dalla Liguria. La scelta dimostra la volontà di crescere fuori dal territorio storico: quali saranno le strategie? Su quali aree concentrerete l’attenzione? Ci saranno politiche commerciali differenti rispetto alla capogruppo per andare a caccia di nuovi clienti e incrementare la quota di mercato?

La Monica. Siamo partiti dalla constatazione che la nostra rete presenta due fisionomie completamente diverse, nel nostro territorio di riferimento e fuori regione. In Liguria abbiamo una diffusione capillare, quote di mercato importanti, e rappresentiamo l’istituto di credito di riferimento per la comunità locale. Differente è la situazione al di fuori dei confini regionali, dove Carige dispone di una rete a maglie larghe ed è posizionata in molte delle aree del paese più dinamiche dal punto di vista economico. Parlo della Lombardia, del Piemonte, dell’Emilia, della Toscana, del Veneto, delle Marche, ma anche di alcune zone interessanti nel centro sud, nel Lazio e in Sicilia. Le possibilità offerte oggi dalla tecnologia per l’accesso ai canali bancari, hanno accorciato la distanza tra banca e cliente. Stiamo naturalmente mettendo a punto politiche commerciali più adeguate che, ci auguriamo, ci consentiranno di raggiungere questi obiettivi.

D. La banca sta separando le linee di comando di Carige e di Carige Italia: per quale motivo? Ci saranno ricadute sugli uffici e sul personale?

La Monica. Banca Carige Italia nasce in un’ottica di razionalizzazione della struttura commerciale e di ottimizzazione delle performance sul territorio. Ciò non implicherà nessuna ricaduta negativa sui livelli occupazionali del gruppo, anzi si prevede un’ancor più adeguata valorizzazione delle competenze e delle professionalità presenti nelle aree in cui la banca opera.

D. Molte banche italiane stanno rivedendo la rete, così da riportare i costi del personale a un livello sostenibile rispetto alla gelata dell’attività conseguente alla recessione. Il piano industriale di Carige prevede, invece, di sacrificare un numero molto limitato di filiali. Qual è la ragione? Carige come penserà e ristrutturerà gli sportelli per ottimizzarli all’economia post-crisi? Come si deve integrare con la multicanalità?

La Monica. La crescita del gruppo Carige è avvenuta sempre tramite l’apertura o l’acquisizione di nuovi sportelli. Non ci sono state le incorporazioni di interi istituti come è avvenuto per molti gruppi bancari nazionali. Questa strategia di espansione ci ha consentito di mantenere sempre un numero di risorse e di punti vendita adeguato alle nostre dimensioni e ai nostri obiettivi, senza creare sovrapposizioni nelle strutture centrali e nella rete. È una condizione dimensionale che ci consente di ottenere performance negli indicatori di cost income, più contenute rispetto alla media del sistema. Ci attestiamo infatti al 55% contro una media nazionale del 67%. Anche l’indicatore più ristretto, e puntuale, che mette in rapporto solo le spese correnti (di personale e amministrative) con i ricavi tipici (margine di interesse e commissioni) si attesta al 63%, rispetto al 70% di media toccato dal sistema bancario nel complesso.

D. Banca Carige, insieme a poche altri casi come Montepaschi, vede una fondazione come azionista di riferimento, con quote significative di capitale. Giudica ancora valido questo assetto di governance?

Berneschi. Parlo per il nostro caso e non mi permetto di far commenti su altre situazioni. Posso dire che Fondazione Carige ha sempre garantito l’autonomia e l’indipendenza della banca, ritenendola un attore essenziale per lo sviluppo, non solo economico, della Liguria. C’è quindi sempre stata sintonia tra quella che è la mission di Banca Carige e quella che è la principale finalità statutaria della fondazione. Questa unità d’intenti si è mantenuta, anche in occasioni di decisioni impegnative come quelle assunte di recente. Nella storia di questi due decenni, dall’entrata in vigore della legge Amato a oggi, come avviene normalmente in qualsiasi ambito in cui più persone siano chiamate a decidere su ciò che sta a tutti particolarmente a cuore, abbiamo assistito a momenti di confronto e di riflessione che si sono sempre risolti guardando al bene della banca, dei suoi 55 mila azionisti, dei 2 milioni di clienti e dei suoi quasi 6.000 dipendenti.

D. Carige rappresenta uno dei principali motori economici della Liguria. Che cosa farete per sostenere la regione sia dal punto di vista economico che occupazionale? La “Gronda” è necessaria? Carige è disponibile a finanziare le grandi opere?

La Monica. Per la nostra banca è fondamentale l’attenzione alla crescita di un tessuto economico, quello ligure, di cui siamo storicamente parte integrante. Siamo fermamente convinti che lo sviluppo economico e sociale della Liguria coincida con quello della sua industria finanziaria. La Liguria può essere la chiave di volta per il rilancio del paese, in quanto ha forti potenzialità espresse ancora parzialmente - penso all’alta tecnologia e all’industria del turismo - e gode di una posizione geografica che ne fa uno snodo fondamentale per i flussi logistici europei. Lo dimostrano i risultati raggiunti dal suo scalo portuale, che ha saputo ben difendere i propri volumi di traffico in un periodo di grave crisi internazionale. Fattore fondamentale perché la regione possa diventare la locomotiva di un nuovo sviluppo è l’investimento nelle opere infrastrutturali di cui la Liguria è carente. Mi riferisco alle infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali ma anche a quelle tecnologiche e digitali.

D. Le casse di risparmio, insieme alle Popolari, rappresentano la storia del nostro sistema bancario. Che cosa ne pensa del tentativo di Andrea Bonomi di trasformare Bipiemme in una “spa ibrida” superando il modello cooperativistico? Al momento il progetto è stato rinviato, complice la forte opposizione di sindacati e dipendenti-soci, ma la stessa Bankitalia sembra insoddisfatta delle riforma delle Popolari disegnata dal parlamento.

R. Come osserva lei, il mutualismo rappresenta un patrimonio importante non solo per il sistema bancario italiano, ma anche per quello europeo. I valori e i principi che hanno ispirato queste realtà nel secolo scorso devono tuttavia tenere conto del mutamento del contesto economico in cui operano oggi gli istituti di credito e della notevole crescita dimensionale di queste banche. Dimensioni con cui anche la governance societaria deve fare i conti, perché il principio di democrazia interna si armonizzi con le esigenze che emergono oggi dall’operatività sui mercati finanziari e del credito.

D. Lei ha auspicato più volte la rivalutazione delle quote Bankitalia in portafoglio alle singole banche italiane. A quanto ammonterebbe il possibile beneficio patrimoniale per Carige? Che cosa farà per raggiungere questo obiettivo?

Berneschi. È aperto da tempo in sede Abi un tavolo sulla questione, che non riguarda solo Carige ma gran parte del sistema bancario e - mi sia consentito - lo sviluppo del paese. Ricordo solo che la sottoscrizione delle quote di Banca d’Italia venne richiesta per legge agli istituti di credito nel 1936, in un contesto politico ed economico molto differente dall’attuale. La risoluzione di questo rapporto libererebbe risorse patrimoniali, ampliando la leva a disposizione delle banche per il sostegno creditizio a un’economia che ne ha oggi più che mai bisogno. Sul valore della partecipazione, se si procedesse alla sua liquidazione, si deciderà in un momento successivo.

D. Che cosa chiede al governo Letta?

Berneschi. Faccio il banchiere e non il politico. Mi limito a suggerire tre desiderata: sviluppo, occupazione, stabilità, lavoro.