A Piazza Affari «mancano» 20 miliardi

Banche e industrie italiane fanno i conti con la crisi. E per rispettare i parametri di solidità patrimoniale o non soccombere soffocati dalla scarsa liquidità, hanno intrapreso due strade diverse per correre ai ripari: aumenti di capitale per le banche e massicci piani di dismissioni nel caso delle industrie.
A conti fatti, al mondo del credito mancano all'appello altri 2,5-3 miliardi di euro. Cifre rassicuranti rispetto ai massicci aumenti effettuati nel 2011-12 ad esempio da Unicredit e Intesa Sanpaolo.
Tuttavia, la fase è delicata, e il destino degli istituti interessati è strettamente connesso alla riuscita della prossima ondata di ricapitalizzazioni. In base alle prevision di Morgan Stanley, se in termini di patrimonializzazione, Unicredit e Intesa Sanpaolo sembrano al riparo (a dicembre Piazza Cordusio dovrebbe registrare un Core Tier One attorno al 9,8% e al 9,9% a fine 2014, mentre Intesa dovrebbe attestarsi rispettivamente al 10,7% e 10,5%), tra gli altri, solo Ubi Banca dovrebbe superare la soglia minima del 9% (con un 9,4% a fine anno e un 9,6% al 2014) prevista da Basilea III. Mediobanca, Bpm e Banco Popolare oscillerebbero, invece, tra il 7% e l'8% e Mps si fermerebbe tra il 4,6% di quest'anno e il 5,2% atteso a fine 2014. Ecco, dunque, che la strada degli aumenti in molti casi appare segnata. Ma chi arriverà prima? La Popolare di Vicenza (506 milioni) e la Popolare dell'Etruria (100 milioni) hanno appena concluso le operazioni e i prossimi appuntamenti riguardano la Bpm che ha messo in calendario 500 milioni; la genovese Banca Carige (a cui Bankitalia ha imposto un aumento da 800 milioni di euro), ma che secondo gli analisti ridurrà la cifra tra i 200 e i 400 milioni a seconda dell'evolversi della situazione finanziaria e dei piani di cessione: nel mirino ci sono le assicurazioni, immobili per 500 milioni e altri asset del credito al consumo.
Sul tavolo figurano poi i 300 milioni di Banca Marche, appena finita in gestione provvisoria (una sorta di commissariamento «soft» di Bankitalia) e la necessità finanziaria del Monte dei Paschi. Rocca Salimbeni, alle prese con il rimborso di 4 miliardi di Monti-bond e un piano di ristrutturazione sotto lo stretto controllo di Bruxelles, dovrebbe ricapitalizzare per 1 miliardo anche se, alcuni rumors, danno l'operazione più prossima ai 2 miliardi di euro.
Diversa la situazione per il mondo dell'industria dove a parte i casi appena conclusi (Rcs e Prelios), per ora non ci sono aumenti «programmati». E così, la via adottata in massa nei piani industriali è quella della vendita di asset non strategici o lontani dal core busiess. Nel mondo dell'energia Enel ed Eni hanno messo nei rispettivi piani al 2014 e al 2016 cessioni per 6 e 10 miliardi di euro. Per il gruppo guidato da Fulvio Conti un miliardo dovrebbe essere «liquidato» già nel 2013, mentre per il Cane a sei zampe, la cifra si è già in parte assottigliata con le cessioni di Snam e Galp. Piccolo intervento per l'utility emiliano-piemontese Iren che cederà asset per 140 milioni di euro. In casa Finmeccanica, dovrebbero andare in porto in autunno le dismissioni attese e che riguardano Ansaldo Energia, Ansaldo Breda e Ansaldo Sts. Il ritorno atteso è intorno al 1-1,3 miliardi. Anche Telecom Italia, dopo aver ceduto La7 ed Mtv, potrebbe avere un ruolo da protagonista portando a termine una cessione eccellente, quella della rete. Il suo valore si aggira tra i 12 e i 15 miliardi.
Infine, Generali ha nel piano al 2015 operazioni per 4 miliardi, ma ne ha già realizzate la metà. Nel complesso, una maxi exit strategy che al momento supera i 20 miliardi di euro.