Piazza Affari è a secco di dividendi

Le società quotate stringono la cinghia e, alle prese con credit crunch e recessione, fanno pagare il conto anche alle famiglie italiane che hanno continuato a investire in Piazza Affari nella speranza di buoni dividendi. L'annuncio, due giorni fa, dell'azzeramento delle cedole sui titoli ordinari di Telecom Italia è stato forse il più eclatante. Ma non il primo e, di certo, non l'ultimo. Solo nel Ftse Mib hanno chiuso i rubinetti, oltre al colosso tlc, anche Banco Popolare, Popolare Emilia Romagna, Fiat, Saipem (che non ha prevista una cedola neppure sui titoli risparmio) e Yoox (nonostante un utile di 12,6 milioni in aumento del 23,9% rispetto al 2012).
In Piazza Affari hanno aderito alla politica «dividendi zero» anche Creval, L'Espresso, Geox, Isagro; MolMed; Prime Industrie; Safilo; Saras; Sogefi e Telecom Italia Media. «In generale mi attendo un taglio del 25-30% rispetto al monte cedole pagato dalle società quotate a Piazza Affari sui bilanci 2012, ovvero 36,4 miliardi di euro di dividendi. Il rendimento quindi dovrebbe scendere dal 7,2% registrato complessivamente dal mercato sui bilanci 2012 al 5% circa sui bilanci 2013», spiega a Il Giornale Antonio Tognoli, vicepresidente dell'Aiaf.
Per gli esperti infatti ci saranno presto ulteriori annunci di azzeramento delle cedole o comunque di consistenti tagli nella retribuzione degli azionisti. Nel mirino ci sono soprattutto i gruppi bancari e assicurativi, alle prese con i vincoli patrimoniali previsti rispettivamente dalle normative di Basilea 3 e Solvency II, e il comparto media su cui continua a infierire il forte rallentamento della raccolta pubblicitaria. «La pressione dell'asset quality review da parte della Bce e degli stress test in arrivo, ha spostato il focus degli istituti di credito dalla retribuzione degli azionisti al rafforzamento patrimoniale in tutta Europa, non solo in Italia», ricorda Corrado Caironi, Investment strategist di R&CA Ricercaefinanza.it. Ecco quindi che si spiega anche l'indiscrezione secondo cui Unicredit, che annuncerà il bilancio 2013 martedì, avrebbe deciso di ricorrere a una cedola in azioni. Un esempio che potrebbe essere seguito da altre realtà. Allo stesso modo è «improbabile che Mps, Bpm o Carige, che si apprestano a chiedere ai propri azionisti di sovvenzionare consistenti aumenti di capitale, decidano di staccare una cedola», osserva Tognoli che si interroga su altri due gruppi: Enel e Finmeccanica. Nei quali, come per Telecom Italia, l'elevato indebitamento e il consistente piano di dismissioni in corso, consiglierebbe una maggiore prudenza nella retribuzione degli azionisti, nonostante lo Stato sia tra questi e chieda, annualmente, la propria «commissione».
Certo non mancano le eccezioni a questa tendenza. Tra le 40 maggiori società italiane tuttavia sono solo due i gruppi che hanno aumentato le cedole rispetto allo scorso anno: Azimut (a 0,7 da 0,55 euro) ed Enel Green Power a 0,032 da 0,0259 euro. Ad oggi - conclude Tognoli - «per cercare azioni ad alto rendimento, è meglio cercare tra le small e mid cap, quelle società ben gestite, con un buon flusso di cassa e leader nei diversi settori di appartenenza».