Pil ancora giù: Atene ripiomba in recessione

Serviva un'impresa titanica per riportare la barra del Pil sulla rotta della crescita: la Grecia non ce l'ha fatta, scivolando in recessione. Al -0,4% del quarto trimestre 2014 si è sommata la contrazione dello 0,2% tra gennaio e marzo di quest'anno. Un problema in più per un Paese con le casse vuote, assillato da pressanti (e miliardarie) richieste di rimborso dei debiti, ma che ancora non ha trovato la quadra con i creditori. Riforma delle pensioni e del lavoro, le due «linee rosse» non negoziabili dal governo Tsipras, restano i macigni che impediscono un accordo tra le parti necessario per sbloccare 7,2 miliardi di aiuti e allontanare lo spettro del default.

Paradossalmente, la caduta in recessione potrebbe essere l'alibi usato da Atene per ottenere concessioni. Un'economia ulteriormente indebolita, con un gettito fiscale calante (e con la lotta alla piaga dell'evasione ancora tutta da combattere) e consumi depressi, mal sopporterebbe misure restrittive, come un inasprimento dell'Iva. Ma, soprattutto, la decrescita rende illusorio l'obiettivo - peraltro ritenuto «accettabile» dall'esecutivo - di un avanzo primario (il saldo tra entrate e spese, al netto degli interessi sul debito) attorno all'1'% a fine anno, così come sembra abbiano chiesto i creditori con la proposta di tagliare la spesa pubblica di tre miliardi. È evidente che nei confronti della Grecia le controparti stanno procedendo per sottrazione: in base agli accordi presi dall'ex premier Antonis Samaras, il Paese avrebbe dovuto realizzare nel 2015 un surplus del 3%. Tsipras continua però a credere in un'intesa a fine mese. «La Grecia ha già dato, ora tocca ai nostri partner», è la sintesi del suo pensiero. L'Eurogruppo, che pretende «ulteriori sforzi», la pensa diversamente.

Una partita a scacchi, complicata e pericolosa, che i mercati seguono con attenzione. Con un occhio impegnato anche a osservare ciò che accade negli Stati Uniti, dove la ripresa è sempre più zoppicante. Le vendite al dettaglio sono rimaste invariate in aprile, dopo essere salite dell'1,1% in marzo. Un altro potenziale segno di indebolimento del Pil, cresciuto nel primo trimestre solo dello 0,2%, che conferma l'impossibilità di un rialzo dei tassi in giugno. E che, di fatto, dovrebbe mettere fine all'ascesa, iniziata tre settimane fa, dei rendimenti dei treasury.