Il Pil Usa accelera (+3%) e mette in crisi la Fed

Ora i falchi possono tornare alla carica: spazio per un rialzo dei tassi. Ma c'è il nodo dei prezzi

Troppo occupato a litigare con la Corea del Nord e con i media, questa volta Donald Trump ha fatto mancare l'abituale cinguettio di commento all'andamento del Pil Usa. Un'occasione persa, visto che la crescita nel secondo trimestre ha accelerato in modo inaspettato mettendo a segno un rotondo +3%. Meglio del 2,6% della stima preliminare e anche del 2,8% pronosticato dagli analisti. Il merito? Principalmente dei consumi privati (+3,3%) e degli investimenti effettuati dalle aziende (+6,9%). Quello ottenuto tra aprile e giugno è il grado di espansione che, fin dalla campagna elettorale, il tycoon considerava ottimale per centrare l'obiettivo riassunto dallo slogan «Make America Great Again». Il fatto singolare è che questo passo di crescita sia stato ottenuto in assenza totale delle misure di politica economica promesse. Moody's appare però ancora scettica sulla robustezza dell'economia a stelle e strisce: l'agenzia di rating ha rivisto al ribasso l'outlook 2017 degli Usa, destinati a crescere del 2,2% e non più del 2,4% come calcolato in precedenza per via di «una performance più debole nella prima parte dell'anno».

Ciò che però forse più importa è che il dato del second quarter rischia di rimescolare le carte della già complicata partita che la Federal Reserve gioca al tavolo della politica monetaria. Anche perchè i dati diffusi ieri sull'occupazione privata indicano che questo mese sono stati creati 237mila posti di lavoro, mentre le stime erano per un rialzo di 185mila. Se confermate dalle statistiche ufficiali del ministero del Lavoro, che saranno pubblicate domani, queste cifre possono dar forza a chi all'interno del board della banca centrale ritiene vi siano le condizioni per varare la terza stretta dell'anno sui tassi. L'insoddisfacente andamento dell'inflazione resta però ancora l'arma nelle mani delle colombe, favorevoli a rinviare il giro di vite almeno fino a dicembre, se non addirittura oltre. I prezzi che non salgono sono un rebus di difficile soluzione per l'istituto guidato da Janet Yellen. Tanto più ora che perfino un faro nella calibrazione dei tassi come la curva di Phillips viene spento da uno studio firmato dalla Fed di Philadelphia. Secondo la quale la relazione tra una bassa disoccupazione e un'elevata inflazione (o viceversa), mostra la corda durante cicli economici normali. La curva, in pratica, non può essere usata per predire le dinamiche inflazionistiche e, quindi, per tarare la politica monetaria.

Lo stesso dilemma sull'inflazione assilla la Bce. Nonostante il quantitative easing, il target del 2% resta ancora lontano rendendo complicata l'uscita dalle misure straordinarie. Oggi sono in arrivo i dati sui prezzi al consumo nell'eurozona in agosto, già diffusi dalla Germania, dove l'inflazione è salita all'1,8% dall'1,7% di luglio.