Pirelli, i sindacati remano contro

La Camusso: «Capitalismo ed esecutivo non sanno competere». Ma sede e ricerca resteranno qui

I cinesi di ChemChina sono a un passo dal rilevare la maggioranza di Pirelli con un'operazione da sette miliardi di euro. I legali sono al lavoro sugli ultimi dettagli e i consigli di amministrazione restano aperti per la firma, dopo che lo stesso presidente e ad Marco Tronchetti Provera aveva previsto che sarebbe stato raggiunto un accordo prima della riapertura di Piazza Affari.

Il quasi certo arrivo di Pechino come «padrone di casa» alla Bicocca, manda però in tilt i sindacati. La Filctem, i chimici della Cgil, scrivono di avere i «brividi» davanti a un'Italia sempre più «terreno di conquista». La leader del sindacato rosso, Susanna Camusso, taccia l'esecutivo di non avere una politica industriale degna di questo nome e il capitalismo nostrano di non saper reggere le sfide della competizione internazionale. «Evitare che l'Italia diventi un discount», insiste il numero uno della Uil, Carmelo Barbagallo; mentre il capo della Cisl, Anna Maria Furlan, considera «impressionante» il silenzio del governo Renzi.

Certo i capitani d'industria italiani, salvo poche eccezioni, da tempo non brillano nè per liquidità nè per intraprendenza nello shopping internazionale. Ed è altrettanto vero che la Penisola continua a strangolare le imprese tra burocrazia e tasse. Il punto però è un altro: Pirelli, pur avendo cervello e cuore italiani, è una multinazionale che produce in 13 Paesi nel mondo con 19 stabilimenti. Di questi solo due sono sotto le Alpi (Settimo Torinese e Milano), insieme ai 400 ingegneri e tecnici della Ricerca & sviluppo.Insomma il 90% della produzione è già all'estero. Da quanto sembra, gli accordi con Pechino prevedono inoltre che il quartier generale e la ricerca restino in Italia. Perlomeno fino al 2021, cioè quando lascerà anche Tronchetti Provera, che oggi è presidente e capo azienda. Lo stesso varrebbe per gli stabilimenti nazionali; dove però, non possiamo dimenticare, lavorano 3mila addetti, cioè l'8,1% dei 37mila dell'intero gruppo. Non solo, il primo socio singolo della Bicocca sono già oggi i russi di Rosneft (13% la quota in trasparenza), sebbene «domati» all'interno della holding Camfin (26,2%) e da una governance che assegna il comando agli italiani. Con il passaggio delle chiavi a Pechino sarà invece creata una newco, di cui China Chemical avrebbe il 50% più una azione, che con l'Opa valorizzerà le azioni Pirelli 15 euro. Così italiani e russi potranno monetizzare e reinvestire parte dell'incasso nella nuova società.

Commenti

unosolo

Dom, 22/03/2015 - 14:24

non è che imprenditori non sanno competere è l'elevata pressione fiscale che cade su imprese e produzione oltre a tante altre ritenute strane e condizioni di assestamento delle aziende , spese e produzione per competere con grandi aziende per base devono avere costi bassi di produzione o meno tasse per compensare il divario. I sindacati da anni si sono chiusi a patti strani con governi di CSX , mentre quando la produzione tirava la frenavano con scioperi continui anche sul vento.

Ritratto di contdjbabi

contdjbabi

Lun, 23/03/2015 - 15:22

Ma come, i "compagni CGIL" non sono felici che un "baluardo del capitalismo venga nazionalizzato dai compagni cinesi"? In fondo ciò che non riuscì in FIAT nel '21 (e magari pure determinò l'ascesa del fascismo) e nell'80 (causa marcia dei 40.000) oggi si avvera in Pirelli. Si parte dal basso, ma magari in futuro si passerà al prodotto finito...

Ritratto di contdjbabi

contdjbabi

Lun, 23/03/2015 - 15:22

Ma come, i "compagni CGIL" non sono felici che un "baluardo del capitalismo venga nazionalizzato dai compagni cinesi"? In fondo ciò che non riuscì in FIAT nel '21 (e magari pure determinò l'ascesa del fascismo) e nell'80 (causa marcia dei 40.000) oggi si avvera in Pirelli. Si parte dal basso, ma magari in futuro si passerà al prodotto finito...