Pop Vicenza: da Zonin danni enormi

Cda contro la vecchia gestione: «Ci sono le prove, centinaia di milioni di ammanco»

Gianni Zonin, ex presidente della Popolare di Vicenza

La Banca Popolare Vicenza, che il Fondo Atlante ha poi salvato dal bail-in con un esborso da 1,5 miliardi, ha subito «diverse centinaia di milioni» di danni per mano della vecchia gestione coordinata dall'ex presidente e dominus della cooperativa Gianni Zonin e dall'ex direttore generale Samuele Sorato.

L'atto d'accusa percorre l'intera relazione predisposta dal cda in vista dell'assemblea dei soci che il 13 dicembre sarà chiamata a votare l'azione di responsabilità contro Zonin e il resto della vecchia linea di comando, compresi gli ex vice direttori generali Emanuele Giustini e Andrea Piazzetta che hanno lasciato il gruppo a giugno 2015. Ma potrebbe finire nei guai anche la società di revisione Kpmg.

L'esame si concentra sui prestiti in sofferenza oltre i 5 milioni (3,4 miliardi il totale) ma il documento firmato dal presidente Gianni Mion avverte già che il conto dei danni «andrà verosimilmente incrementandosi» visto il contraccolpo reputazionale subito e la «grave perdita di raccolta dalla clientela». Nel mirino c'è l'ultimo triennio (gennaio 2013-maggio 2015) del regno di Zonin, già finito sotto inchiesta.

La banca in particolare il dito contro le «gravi e reiterate irregolarità» emerse «nella gestione dei rischi» sul fronte di prestiti concessi sulla scorta di valutazioni «spesso incomplete, superficiali o erronee». Insomna la Vicenza di Zonin, mai nominato nel documento del cda ma indicato come «l'ex presidente», ha finanziato soggetti «con rating negativo» o che ne erano «sprovvisti». Non mancano operazioni a favore di esponenti della banca stessa, a patire dagli ex consiglieri. Oltre al caso dei Fondi Athena e Optimum, utilizzati da Vicenza anche per puntellare gli aumenti di capitale, il cda si sofferma sulla «emblematica» operazione San Marco, dove la banca ha finanziato per 20 milioni una società «priva di capacità reddituale» per ristrutturare un palazzo a Cortina d'Ampezzo dove aprire una filiale.

Senza contare le «criticità» e «anomalie», già riscontrate alla Procura, nella compravendita delle azioni e sul loro prezzo, che la banca, non quotata, fissava in proprio: l'asticella era ancor a 48 euro ad aprile 2015 dopo una svalutazione del 23% dai 62,5 euro precedenti. Un valore lontanissimo dai 10 cent pagati da Atlante.

L'atto di accusa a Zonin è simile a quello già steso contro a Giovanni Consoli, ex padre padrone di Veneto Banca, anch'essa salvata da Atlante: il fondo vorrebbe ora fonderle.

L'assemblea del 13 dicembre a Vicenza sarà poi l'occasione per tastare la reazione dei piccoli soci alla decisione del Consiglio di Stato di sospendere la riforma delle popolari imposta dal governo Renzi perché potrebbe essere anticostituzionale in alcuni dei suoi aspetti. Sia chiaro, Vicenza non aveva alternative al salto verso la spa, ma il nodo è delicato perché i giudici criticano proprio il fatto che la legge, pur di tutelare la solidità delle banche, permette loro di limitare il diritto di recesso dei soci dissenzienti: Vicenza aveva fissato un prezzo di 6,3 euro per un esborso di 1,7 milioni. Domani è attesa la seconda ordinanza del Consiglio di Stato sulla riforma. L'ultima parola spetta comunque alla Corte costituzionale, i cui pareri ricadono su tutti i casi «aperti». L'attenzione è quindi ora puntata su Banco-Bpm, che hanno ricevuto domande di recesso per 207 milioni, su Bper e Creval (8,5 milioni). Ma la vera osservata speciale è Popolare Bari che ha fissato l'asticella a 7,5 euro valutandosi così 1,2 miliardo. Un prezzo molto attraente per soci che non possono vendere le azioni in Borsa, essendo Bari non quotata, ma anche un esborso che, se si realizzasse, metterebbe in ginocchio l'istituto.