Popolari al test della riforma Spunta l'idea del lotto minimo

Le parole pronunciate da Ignazio Visco sono cadute come un masso nello stagno delle banche popolari. Non solo qualcosa in termini di governance dovrà essere fatto perlomeno per le cooperative quotate, ma tra alcuni banchieri si fa strada l'idea di spingere il Parlamento a una reale riforma del settore. Nessuno vuole rottamare il voto capitario. La logica «una testa-un voto» sarebbe però controbilanciata dall'introduzione di un marcato innalzamento del lotto minimo necessario per ottenere lo status di «socio». Il quantum è da definire, ma la tentazione di alcune prime linee è di sistemare l'asticella dell'investimento attorno agli 8-10mila euro, in pratica il prezzo di listino di un'utilitaria.
Ogni popolare sarebbe quindi posta dal legislatore davanti a una alternativa: accettare le nuove regole e restare quotata in Borsa, oppure rifiutarle e abbandonare il listino. L'obiettivo è chiaro: trasformare le popolari in una sorta di grande «club di investitori» - siano essi dipendenti, soci esterni o soggetti istituzionali - aperti alle logiche del mercato e pronti a condividere i rischi connessi alla gestione. Chi rifiuta di aprire il portafogli per comprare il «super-lotto minimo», resterebbe invece un semplice azionista, con tutti i diritti patrimoniali come i dividendi, ma non potrebbe più prendere parte alla vita delle banche, a partire dalle assemblee. In parallelo scatterebbe l'introduzione di una sorta di «patentino» per i consiglieri, come già avviene per i promotori.
Se un simile impianto divenisse realtà, sancirebbe una cesura epocale rispetto alla situazione odierna. I libri soci delle Popolari sono infatti spessi come enciclopedie per cercare di tenere conto dei micro-pacchetti detenuti da decine, spesso centinaia di migliaia di famiglie italiane. Malgrado poi solo una parte infinitesima di queste partecipi alle assise, anche quando si discutono passi strategici come gli aumenti di capitale.
Impossibile prevedere se queste idee si faranno strada, ma la storia recente della Popolare di Milano, dove l'asse sindacati- dipendenti soci ha bloccato il tentativo del presidente Andrea Bonomi di trasformare la banca in una «spa ibrida», è la rappresentazione di quanto sia complesso intervenire sul sistema per modificarne gli equilibri. Tra i banchieri c'è poi lasempre più pungente consapevolezza di quanto sia divenuta difficile la politica del consenso, se l'interlocutore è un azionariato polverizzato e che si dimentica le azioni nel cassetto subito dopo averle sottoscritte.
A dimostrarlo sono sia la Banca Popolare Emilia Romagna sia il sofferto rinnovo del vertice di Ubi Banca, che hanno visto rispettivamente Gianpiero Samorì e Giorgio Jannone guadagnare proseliti tra la base, promettendo un completo ricambio nella gestione.