Le popolari vanno all'altare Bpm è l'ago del «terzo polo»

Milano al bivio Banco-Bper, ma con Modena c'è il problema della governance. Le mosse di Ubi e lo snodo Monte Paschi

Il consolidamento del settore inizierà soltanto dopo le assemblee di bilancio in agenda ad aprile e il rinnovo del contratto dei 300mila bancari italiani (centrale per le esternalizzazioni e la gestione degli scontati esuberi), ma tra i Signori delle Popolari è un brulicare di ipotesi e proposte delle banche d'affari per costruire il terzo e il quarto polo del credito italiano alle spalle di Intesa Sanpaolo e Unicredit. Il «damone» è la corteggiatissima Popolare di Milano, il cui ad Giuseppe Castagna deve tuttavia fare in fretta per non restare isolato. Tutti i gruppi hanno infatti due o tre possibilità di gioco e i pezzi sulla scacchiera sono limitati. Il bivio per Bpm è accettare la fusione nel Banco Popolare (entrambe hanno l'assemblea di bilancio l'11 aprile che sarà un termometro dell'umore dei soci) o rispolverare, da una posizione di forza, il progetto con la Popolare Emilia Romagna (18 aprile). Una parte della base di Piazza Meda vorrebbe una holding quotata, sotto cui sistemare i due istituti, ripartendo sede amministativa e legale nelle due città. Calibrare la governance con Modena non appare però affatto semplice, visto che l'ad Alessandro Vandelli non avrebbe alcuna intenzione di fare la spalla. Al contrario, un banchiere di lungo corso come Saviotti, che ha più volte dichiarato di ambire a un'alleanza con Bpm, potrebbe gestire la fase di transizione, quindi passare la mano a un ad più giovane (la scadenza naturale del suo mandato è aprile 2017). La staffetta potrebbe valere anche con Bper, ma i problemi della sua controllata sarda non aiutano. Terza ipotesi, più defilata, per Bipiemme è annettere Carige e Creval.

L'altro grande snodo del consolidamento è il Monte dei Paschi, anche se come preda designata: nei palazzi romani si guarda a Ubi Banca di Victor Massiah (l'assemblea è il 25 aprile), che potrebbe rilevare Rocca Salimbeni a saldo, scorporando la rete toscana in favore di Siena e del Pd cittadino. I soci bergamaschi di Ubi sembrano però preferire il Banco o la stessa Bpm. Verona, dal canto suo, se fallisse l'abboccamento con Bpm, potrebbe trarre dalle secche la Veneto Banca di Giovanni Consoli, che si è affidata a Rothschild e si guarda di sottecchi con Vicenza, assista da Mediobanca, per una integrazione. Questa ipotesi è quella oggi più probabile e anche la meno indigesta per i soci dal punto di vista del concambio: Veneto e Vicenza non sono quotate e autodeterminano il prezzo delle azioni in base a un multiplo sul patrimonio netto vicino a 1,2-1,3 volte, contro lo 0,8 riconosciuto da Piazza Affari alle concorrenti. A Montebelluna è però sorta un'associazione di soci - presieduta dall'ex presidente del tribunale di Treviso, Giovanni Schiavon - fredda all'ipotesi vicentina. Non solo, alcune delle prime linee di Veneto Banca vedrebbero Bper o il Banco come una possibile via di fuga. Insomma, i contatti sono a tutto campo e nelle ultime settimane - rese roventi dalla riforma delle popolari imposta da Matteo Renzi e dalla disfatta della difesa di Assopopolari in Parlamento - si sono registrati due pranzi tra Zonin e il presidente di Bper, Ettore Caselli, nel territorio «neutrale» di Verona. Martedì, sebbene per 24 mesi resta il tetto ai dritti di voto al 5%, il decreto Renzi sarà legge. A maggio iniziano le danze, e i padroni delle «ex coop diventeranno gli istituzionali, abituati a giudicare i vertici in base al valore creato.

Per due anni resterà un limite al 5% ai diritti di voto, così da favorire aggregazioni amichevoli

Le prime dieci banche popolari italiane, con oltre otto miliardi di asset, devono diventare Spa