A Poste il braccio di ferro su Alitalia

Il gruppo pubblico aumenta l'impegno da 50 a 65 milioni, ma in una nuova società. Etihad preoccupata

Alla vigilia della scadenza posta da Etihad - il 31 luglio - gli accordi tra i soci di Alitalia sono prossimi alla chiusura, ma non sottoscritti. Il braccio di ferro tra Poste e banche per una nuova struttura societaria che salvaguardi l'investimento della società guidata da Francesco Caio non è concluso. Le Poste, con tono da vincitore, hanno comunicato ieri che «la struttura è stata definita in tutte le sue principali caratteristiche e, come sempre nella definizione di questo tipo di accordi, vanno ora messi a punto i dettagli tecnici per renderla esecutiva».

Etihad non sembra intenzionata a mollare la presa, ma in nottata è emerso tutto il suo dissapore: il numero uno James Hogan, in uno scambio di mail con l'ad di Alitalia Gabriele Del Torchio, si sarebbe infatti mostrato alquanto preoccupato per la mancanza di chiarezza sia sulla « mid-company» sia sulla posizione di Poste sia sul quadro sindacale. Etihad teme poi che il protrarsi dei tempi crei problemi anche sulla stabilità patrimoniale di Alitalia. Nella missiva, Dubai chiede quindi delle risposte rapide.

Dal fronte delle banche si era peraltro già replicato che non erano state giudicate accettabili le proposte di governance, cioè di ingegneria societaria, avanzate dalle Poste. Le banche (Intesa Sanpaolo e Unicredit in primis) e gli altri soci Alitalia stanno tentando un'estrema difesa dei propri interessi (con i quali le Poste sono in collisione); ma sembra che l'operazione stia per essere licenziata, perché ne è evidente l'urgenza.

La chiave della soluzione sta in una società intermedia che sarà creata tra la old company (l'Alitalia attuale) e la new (quella in cui entrerà Etihad con il 49%); in questa «middle» company confluiranno gli asset operativi di Alitalia e 65 milioni cash versati da Poste. Con tale accorgimento, queste ultime evitano l'aumento fino a 250 milioni deliberato dalla old , e quindi non assumono rischi per contenziosi precedenti al proprio ingresso. Il loro impegno pro quota nella old doveva essere fino a 50 milioni (possiedono il 19,5%); accettano di aumentare di 15 milioni il conferimento pur di versarlo in una scatola diversa e immune da sorprese del passato. La mid company sarà dunque costituita dalle attività operative dell'Alitalia attuale e dalle Poste; questa mid company controllerà al 51% la new company ove Etihad avrà il 49 per cento.

In questo modo Caio, che piloterà le Poste verso la Borsa, può dare una veste di mercato al proprio esborso, lasciando alle banche, ad Atlantia, a Immsi e agli altri vecchi soci il compito di rifinanziare la vecchia Alitalia. Caio, da tre mesi alla guida delle Poste, ha assunto ieri una posizione molto netta anche sul cosiddetto «servizio universale», il servizio pubblico, cioè, svolto per recapitare la corrispondenza anche là dove è antieconomico. «Il servizio postale universale non è più sostenibile e richiede un'attenta revisione del suo contenuto e delle misure economiche necessarie al suo finanziamento», ha comunicato l'azienda dopo che l'Agcom ha quantificato in 380 milioni (per il 2011) e in 320 (per il 2012) il rimborso a fronte di un servizio costato 709 e 704 milioni. Tali differenze mostrano l'urgenza «di adottare misure di contenimento dell'onere del servizio universale».

Tornando ad Alitalia, gli accordi tra soci (che non riguardano Etihad) dovrebbero essere chiusi venerdì, quando sono in calendario i cda di Poste e della compagnia, per ratificare le conclusioni da spedire ad Abu Dhabi. Etihad ha posto come termine il 31 luglio, ma due settimane fa, a Roma, Hogan aveva detto che uno slittamento non avrebbe pregiudicato nulla. Ieri una nota della compagnia araba ha fatto sapere che «Etihad continua a lavorare con Alitalia al fine di risolvere le questioni aperte relative a un possibile investimento in Alitalia».