Poste e banche: guerra totale sui nodi Alitalia

Caio: "Noi siamo soci speciali, perché pubblici". La furia di Intesa e Unicredit

Francesco Caio è riuscito a sparigliare la vicenda Alitalia. Domani è convocata l'assemblea della compagnia, e l'ad di Poste italiane si è dichiarato indisponibile all'aumento di capitale destinato a coprire vecchi contenziosi e ulteriori perdite. Dopo la lunga via crucis delle banche, che hanno accettato di cancellare 560 milioni di crediti, convertendone i due terzi in capitale, l'atteggiamento di Caio sembra ora una beffa. Le banche - Intesa e Unicredit sono primo e terzo azionista, Poste il secondo - sono furibonde e hanno alzato un muro di silenzio per coprire gli ultimi tentativi di ricerca di compromesso. Ieri Gian Maria Gros-Pietro, presidente del cdg di Intesa ha «escluso assolutamente» un ulteriore impegno degli istituti di credito. Che sarebbe una beffa.

Le Poste non hanno alcun obbligo di partecipare a un aumento di capitale, che avrebbe le caratteristiche di un ulteriore finanziamento in extremis, perché la società non fallisca. Ieri Caio, sicuro anche del sostegno avuto dal proprio cda, ha detto: «Non siamo speciali rispetto agli altri soci di Alitalia, ma diversi sì: siamo un'azienda pubblica e abbiamo vincoli diversi. Siamo sotto la lente dell'Europa. Bisogna che il nostro contributo non si configuri come aiuto di Stato». Affermazione ardita: se è aiuto partecipare all'aumento di oggi, perché non dovrebbe esserlo stato l'ingresso nel capitale avvenuto lo scorso anno? Caio comunque invoca «criteri di mercato finanziari e industriali».

Va ricordato che Etihad, nella sua lettera del 1 giugno, non ha richiesto un aumento, ma solo una «garanzia» di 200 milioni ai vecchi soci per coprire i costi eventuali di contenziosi pregressi (Toto, Windjet, Gec holding e tasse). Ora, invece, l'assemblea sarebbe chiamata a deliberare un aumento tra i 250 e i 300 milioni (la cifra esatta non è stata comunicata): segno che nel frattempo la situazione si è deteriorata. Domani sarà approvato anche il bilancio 2013, chiuso con una perdita di oltre 560 milioni, cifra che la compagnia non ha mai divulgato ma che si scontra con i parametri della continuità aziendale.

Caio non vuole mettere altro denaro in questo pozzo senza fondo, dopo che il suo predecessore, Massimo Sarmi, aveva partecipato con zelo all'operazione di salvataggio. Ora Poste vorrebbe piuttosto versare soldi freschi nella newco con Etihad; ma i conti non tornano, perché Etihad paga il 49% della newco 387,5 milioni, mentre la quota di aumento di Poste nella Oldco sarebbe di 50-60; cifra che se versata nella Newco darebbero ben più di quel 5% immaginato finora. (Etihad versa in tutto 560 milioni, ma 112,5 sono per il 75% delle Mille miglia e 60 per cinque coppie di slot a Heathrow, da riaffittare ad Alitalia). Qualcuno immagina un compromesso fatto di una terza società, da posizionare tra la vecchia e la nuova, che permetta di mantenere unito il 51% della new Alitalia; frazionare la maggioranza potrebbe creare problemi quando l'Ue dovrà verificare che sia proprietà sia controllo effettivo appartengano ad azionisti comunitari.

Commenti

Zizzigo

Gio, 24/07/2014 - 11:13

Quando la macchina si rompe, in Italia non si sostitiscono i pezzi... si fanno rattoppi di fortuna, con filo di ferro dorato... e si "spera" che, poi, la macchina torni a funzionare meglio che nuova. A certi cocciuti l'eperienza non insegna.