Poste vale 9-11 miliardi Ma c'è il rischio sindacato

È la stima di Imi che punta su assicurazioni e Banco Posta ma segnala le incognite sul riordino del servizio postale

«Il prezzo dell'Ipo lo fa il mercato», aveva detto a fine luglio l'ad delle Poste, Francesco Caio commentando i primi rumors sulla valutazione del gruppo compresa al tempo fra i 10 e i 12 miliardi. Arrivati ormai a un passo dall'approdo a Piazza Affari, la stima su quanto potrebbe incassare lo Stato dalla privatizzazione del 40% della società diventa ora più verosimile. Soprattutto se a fornirla sono gli analisti di Banca Imi, uno dei global coordinator dell'offerta (insieme a Unicredit, Mediobanca, Citigroup e BofA Merrill Lynch).

In uno studio inviato agli investitori riportato dall'agenzia Reuters , la banca ritiene che Poste possa valere tra gli 8,95 e gli 11,42 miliardi. La «forchetta» tiene in considerazione i benefici dalla ristrutturazione della divisione postale ma anche una generosa politica dei dividendi nei prossimi anni. Se le valutazioni di Banca Imi fossero condivise dal mercato, il ministero guidato da Pier Carlo Padoan potrebbe incassare fino a 4,6 miliardi. Ma ad attrarre compratori più che i postini sono gli sportelli.

La divisione di servizi finanziari (che conta oltre a Banco Posta, anche Banca del Mezzogiorno, e pesa per circa il 19% dei ricavi) varrebbe tra i 5,5 e i 6 miliardi di euro. Il business assicurativo (pari a circa il 66% dei ricavi) viene valutato tra i 3,6 e i 4,4 miliardi. Quello che dovrebbe essere il core-business dell'azienda pesa invece per il 14% sul fatturato e oscilla fra un valore negativo di 583 milioni e uno positivo di 416 milioni. Infine, il piccolo business della telefonia varrebbe dai 393 ai 673 milioni. Secondo Imi, però, il vero potenziale è il turnaround della divisione postale ovvero il miglioramento dei 13.228 uffici postali sparsi sul territorio. Opportunità che potrebbe comunque trasformarsi in problema se i costi diventassero più alti del previsto. A questo si aggiungono altri rischi come la presenza di sindacati forti che potrebbe ritardare il processo, le incognite legate al compenso per il servizio universale nonché i 115 miliardi di bond in pancia alle divisioni finanziarie. Imprevisti che non spaventano i cinesi: Pechino sarebbe pronto a rilevare (attraverso o un fondo sovrano o la banca centrale) tra il 2 e il 5% della società. L'asset più ghiotto per gli investitori asiatici? L'infrastruttura di tlc che connette il sistema di sportelli. Altro che postini.