Powell dice no a Trump: "Basta tagli"

Il capo della Fed resiste al pressing della Casa Bianca per un intervento sui tassi

«Basta tagli ai tassi». Donald Trump può continuare a strattonarlo ruvidamente, ma Jerome Powell non molla. La linea della Federal Reserve, convinta che l'aggiustamento di medio termine sul costo del denaro sia ormai compiuto, è ormai definita. L'attuale livello della politica monetaria è «appropriato fino a quando i dati si confermeranno sostanzialmente in linea con il nostro outlook di crescita moderata dell'economia, di un mercato del lavoro in salute e di un'inflazione in quota 2%». Una pietra tombale sulla possibilità di dissotterrare la scure in dicembre calata dal presidente della banca centrale Usa ieri davanti al Congresso, durante un'audizione in cui non ha solo ribadito la legittimità delle attuali linee-guida dell'istituto, ma che ha anche usato per puntare l'indice contro l'attitudine spendacciona del governo. Quella che, in caso di crisi, può far deragliare gli Stati Uniti.

«In una fase di recessione, sarebbe anche importante che la politica fiscale sostenesse l'economia. Tuttavia, il bilancio federale sta seguendo un percorso insostenibile, con un debito elevato e in aumento». Parole acuminate come pietre, per stracciare la ricetta da grande abbuffata del debito, il pilastro che sorregge lo slogan trumpiano dell'«America great again» seppur con qualche spiacevole effetto collaterale. Tipo il rischio che finisca «per limitare gli investimenti privati e, quindi, ridurre la produttività e la crescita economica complessiva». Aggravando la situazione.

Si tratta di due visioni del mondo contrapposte. Se da un lato la Fed richiama la politica a un maggior controllo dei conti come farebbe un buon padre di famiglia, dall'altro l'inquilino della Casa Bianca riconduce l'impossibilità di compiere un vero miracolo economico al fatto che l'istituto di Washington «non ci permette di competere con gli altri Paesi che hanno tassi negativi. Se la Fed cooperasse, Wall Street balzerebbe di un altro 25%». Il tycoon pretende insomma di più, non accontentandosi degli score ottenuti dalla sua elezione dall'S&P 500 (+45%), dal Dow Jones (+50%) e dal Nasdaq (+60%). Risultati ottenuti grazie alla sua rivoluzione fiscale, ma anche alla politica accomodante della stessa Fed che ha incoraggiato buy-back a go-go inflazionando il prezzo dei titoli. Vuole di più, probabilmente perché il mancato azzeramento dei tassi può servire come alibi da usare nella guerra commerciale con la Cina, la cui fine non sembra vicina. Pechino non si fida dell'irascibilità di Trump. Un lato del carattere venuto ancora a galla ieri quando ha definito i cinesi «una nazione di imbroglioni: nessuno ha manipolato meglio o sfruttato di più gli Stati Uniti». Altre minacce. Anche l'Europa è finita nel mirino: «Con l'Ue è molto, molto difficile. Le barriere che hanno sono terribili, per molti versi peggiori della Cina». Difficile così dar credito alle voci secondo cui gli Usa sarebbero pronti a rinnovare di altri sei mesi il periodo di grazia, in scadenza proprio oggi, che ha impedito l'introduzione di dazi del 25% su auto e componentistica.

Se il percorso della politica monetaria Usa sembra deciso, resta invece da capire in quale direzione si muoverà Christine Lagarde (che stamane terrà da presidente la prima riunione del suo mandato), già messa sotto pressione dai falchi della Bce.