Puglia, mezzo passo indietro. Scongiurato lo stop all'Ilva

Il governatore Emiliano rinuncia alla sospensiva del Tar. Calenda: "Adesso lavoriamo per il ritiro del ricorso"

Chiusura scongiurata per l'Ilva di Taranto. Il 9 gennaio per il gruppo siderurgico italiano, e i suoi 14200 addetti, non è più una minaccia. Dopo il Comune, anche la Regione Puglia ha deciso di ritirare la richiesta di sospensiva al Tar per il decreto del presidente del Consiglio (Dpcm) sul nuovo piano ambientale dell'azienda. Un primo passo per ricomporre la frattura politica - tutta interna al Pd - consumatasi nelle ultime settimane tra il governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il governo. E mettere in sicurezza l'azienda con la vendita ad AmInvescto: la cordata guidata dai franco-indiani di Arcelor Mittal (88,8%) che ha vinto la gara per rilevare e rilanciare l'intero gruppo, da Genova a Taranto.

Il ritiro dell'istanza cautelare da parte della Regione Puglia è stato annunciato ieri dal ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che lo ha giudicato un «segnale positivo» poichè i giudici del Tar di Lecce non dovranno più decidere se sospendere immediatamente il decreto impugnato. Se l'avessero sospeso, questo avrebbe avuto ripercussioni a stretto giro sulla produzione dell'Ilva. Il Dpcm in questione è, infatti, relativo all'Autorizzazione integrata ambientale, senza la quale non può esserci l'esercizio degli impianti produttivi. Per questo Calenda aveva fatto saltare il tavolo istituzionale del 20 dicembre tra le parti: se viene sospeso il Dpcm, aveva detto, «l'Ilva sarà costretta a fermarsi». Una possibilità che avrebbe messo a rischio oltre 17.500 persone: 14.200 addetti Ilva e 7.600 lavoratori dell'indotto in forza in 340 imprese collegate. A livello finanziario, poi, ad andare in fumo sarebbero stati quasi 4,2 miliardi: 2,3 miliardi tra investimenti industriali e ambientali, più altri 1,8 miliardi messi sul piatto dalla cordata per rilevare il gruppo.

Dopo l'appello dei sindacati, della Chiesa, del premier Paolo Gentiloni e della politica a trecentosessanta gradi dunque Emiliano fa un passo di lato. Per il passo indietro definitivo, però, c'è ancora da lavorare. Resta infatti ancora in piedi il ricorso al Tar che i due enti locali non hanno ritirato, e che è avviato al giudizio di merito. Una situazione molto rischiosa poiché il ricorso rappresenta comunque un ostacolo alla cessione dell'Ilva dall'amministrazione straordinaria ad Am Investco. Proprio per questo, dal canto suo, il gruppo franco-indiano sta facendo pressing sul governo per modificare il contratto di cessione e prevedere delle clausole di garanzia nel caso il ricorso al Tar restasse andasse avanti.

Ma la strada che si profila all'orizzonte sarebbe ormai quella di trovare un'intesa che, non toccando il Dpcm, lo affianchi recependo tutti i punti su cui enti locali e sindacati, nel confronto del 20 dicembre al Mise con Governo e Mittal, si sono trovati d'accordo. A partire dalla copertura dei parchi minerali in 24 mesi anzichè in 36. Intanto ieri l'Ilva in amministrazione straordinaria ha annunciato di aver saldato i pagamenti dei debiti esigibili verso i fornitori dell'indotto pugliese: tutto lo scaduto accumulato fino al 10 dicembre 2017 per un ammontare di oltre 30 milioni.

Il prossimo step riguarda, a questo punto, l'incontro del 10 gennaio al Mise tra AmInvestco e i sindacati.