Dopo il ribaltone di A2A la Borsa punta sul risiko delle utility

Non proprio una rivoluzione, visto che a decidere il nuovo corso di A2A è stato, come sempre, il potere politico, grande controllore delle utility: ma il dado è tratto, e l'accordo sul vertice tra i Comuni di Milano e Brescia chiude un periodo di incertezza. Mentre si prepara la nuova stagione delle municipalizzate, che il governo Renzi intende tagliare drasticamente, e non a caso il presidente dell'Anci, Piero Fassino, apre per la prima volta a possibili privatizzazioni. Un'ipotesi che, dopo una prima reazione negativa, sembra convincere gli investitori: così i titoli del settore hanno recuperato le perdite della vigilia, guidati proprio da A2A (+2,5% a 0,84 euro), mentre Iren segna +1,4%, Acea +2,4% ed Hera +0,1%.
Per la multitutility lombarda è il secondo giorno consecutivo di recupero dopo la serie negativa di maggio che l'ha portata anche sotto quota 0,80 euro, mentre si profila il rinvio del collocamento di un pacchetto del 5% del capitale. Per quanto riguarda i vertici, i nomi proposti, che dovranno essere approvati dall'assemblea del prossimo 13 giugno, sono Giovanni Valotti come presidente e Luca Valerio Camerano, ex ceo di Gdf Suez Energie, come capo azienda. «Un manager con grande esperienza nel settore» fa notare Equita Sim.
Ma riguarda l'intero settore il nuovo scenario che si prospetta dopo l'apertura dell'Anci, per bocca dello stesso Fassino, a discutere una regola che porti i Comuni a non più del 35% nelle municipalizzate; ricalcando in parte quanto si è già cercato di fare per le Fondazioni rispetto alle banche di cui sono grandi azioniste. Un'ipotesi che, secondo gli analisti, da una parte comporterebbe un rischio per i titoli delle stesse utility, vista la necessità di collocare quote da parte dei Comuni, ma dall'altro canto darebbe il via a un nuovo «risiko» del settore, rivitalizzandolo. E andando proprio nella direzione voluta dal premier Matteo Renzi, che ha già annunciato di voler ridurre a mille le attuali 8mila municipalizzate.
Una decisione all'insegna dell'efficienza, certamente, ma ancor più uno slogan politico: d'altra parte, è la politica che controlla, a vario titolo, le utility più importanti (e quotate), attraverso i Comuni che ne detengono oltre il 50 per cento. Torino, ad esempio, governa il 35,9% di Iren attraverso una holding paritetica con il Comune di Genova: poi ci sono i Comuni di Reggio Emilia (8%) e Parma (7%). Fassino, dal canto suo, accarezza da tempo il progetto di una supermultiutility del Nord, che poggerebbe soprattutto sull'unione tra la «sua» Iren e il colosso A2A, numero due in Italia, subito dopo l'Enel, per la produzione elettrica. In prospettiva, potrebbe aggregarsi anche Hera, la grande municipalizzata del Nord Est: qui troviamo un azionariato più composito, con molti Comuni, ma una concentrazione relativamente bassa di azioni - dal 22% dell'area romagnola, al 15% del Bolognese fino al 3% di Ferrara - che in tutto arrivano al 60%.
Diverso il caso di Acea, la multiutility della Capitale controllata al 51% dal Campidoglio, dove il capovolgimento politico si è tradotto in uno scontro tra sindaco e vertici dell'azienda. Così è tuttora in corso il braccio di ferro sulla rappresentanza nel board e sul taglio dei compensi tra il sindaco marino e i due principali soci privati, il costruttore Caltagirone (16,4%) e i francesi di Suez (12,4%).