Rosneft vuole la linea dura sul petrolio

Sechin: «Niente tagli alla produzione per tenere lo shale Usa fuori gioco»

«Tagliare la produzione di petrolio? E perché dovremmo farlo?». Così parlò Igor Sechin, numero uno di Rosneft, il colosso energetico che controlla il 40% dell'output russo. Sechin vuole insomma la linea dura. Una posizione non sorprendente se si considera la sua dichiarata avversione nei confronti dell'Opec, ma piuttosto singolare alla luce delle parole spese da Vladimir Putin, appena 24 ore prima, a favore di un'adesione di Mosca all'accordo preliminare raggiunto dal Cartello per ridurre i livelli produttivi.

A prima vista, sembrerebbe profilarsi uno scontro fra titani sulle scelte energetiche. Ma forse c'è dell'altro, soprattutto se non si dimentica che il leader di Rosneft è da sempre considerato uno stretto alleato del presidente russo. Sechin ha spiegato di voler superare a fine anno i 4,1 milioni di barili al giorno estratti nel 2015. Nessuna austerity, dunque, nessuna probabilità di dare una strizzatina ai pozzi. Lui è convinto che anche altri Paesi produttori, come Iran, Arabia Saudita e Venezuela, faranno altrettanto. Alla diffidenza nei confronti dell'Opec si aggiunge anche un altro obiettivo dichiarato: «Una crescita dei prezzi del petrolio sopra i 50 dollari al barile farebbe ritornare profittevoli i progetti di shale oil negli Stati Uniti», ha spiegato. Dichiarazioni incendiarie, alla luce dei rapporti tesissimi tra Russia e Usa a causa della questione siriana, che certo Putin non avrebbe potuto fare.

Di sicuro, la mancata adesione di Mosca, o del suo gigante petrolifero, renderebbe zoppo qualsiasi accordo teso a riequilibrare verso l'alto le quotazioni del greggio. Dopo il balzo di lunedì in seguito all'apertura di Putin, ieri i prezzi sono scesi dell'1,4% a 50,63 dollari. Nel suo rapporto mensile, l'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) ha sottolineato ieri che in assenza di un taglio produttivo l'eccesso di offerta di petrolio è destinata a perdurare fino a metà 2017. Nella riunione straordinaria di Algeri lo scorso 28 settembre, l'Opec ha deciso di ridurre la produzione tra i 32,5 e 33 milioni di barili al giorno, ma le modalità di attuazione della decisione devono essere discusse nel corso della riunione del Cartello a Vienna il 30 novembre. «Nonostante timidi segnali che le scorte comincino a diminuire, la nostra previsione della domanda e dell'offerta dimostra che il mercato - se lasciato a se stesso - rimarrebbe in surplus durante la prima metà del prossimo anno», sottolinea l'Aie.

I dubbi sull'intenzione di contenere davvero i livelli produttivi non sono solo di Sechin. Nel mese di settembre, l'Opec ha pompato un record di 33,64 milioni di barili, 160 mila barili al giorno in più rispetto ad agosto, con un surplus di 910mila barili al giorno rispetto a un anno prima. In particolare, l'Iraq ha raggiunto il top con 4,46 milioni di barili, mentre l'Iran è salito a 3,67 milioni di barili, sopra il livello precedente le sanzioni.

RPar

Commenti

Michele Calò

Gio, 13/10/2016 - 10:30

E questo spiega il perché gli USA dei petrolieri vogliono la Siria. Altro che fesserie come la democrazia e la lotta al terrorismo! I governi imperialisti USA sono da sempre eteodiretti dalla cricca sionista di Rockfeller e rapinatori finanziari. Da anticomunista viscerale comincio a capire le ragioni russe e cinesi nel loro opporsi da decenni al colonialismo yankee e di come, grazie alle 2 guerre mondiali, l'Europa sia di fatto lo scendiletto di Washington.