Saipem in ostaggio di Piazza Affari

In tre anni di profit warning e inchieste la società ha perso 14 miliardi e il titolo è ormai diventato speculativo

Da titolo per cassettisti, investitori oculati e fondi pensione, Saipem si è trasformata negli ultimi tre anni in un'azione rischiosa. Una doccia fredda per chi ha puntato su questo gioiello italiano della tecnica e dell'ingegneria petrolifera sperando di avere un ritorno sicuro. La società, braccio operativo dell'Eni (che ne controlla il 42,9%), costruisce piattaforme petrolifere e ha mezzi che tutto il mondo ci invidia. Da un paio anni, però, qualcosa si è inceppato. «Il titolo - ironizza un analista - sembra essere finito ostaggio di Piazza Affari».

Dai massimi toccati in Borsa il 14 settembre del 2012 a 39,92 euro a oggi che di euro ne vale poco più di 8, il titolo ha perso l'80%: oltre 14 miliardi di capitalizzazione bruciati da una società indirettamente pubblica. I corsi dell'oro nero (passato da 110 dollari al barile a 45 nel 2014) e i massicci tagli agli investimenti decisi dalle major di certo non hanno aiutato. Così, nel confronto con i competitor, emerge che ci sono altre «oil services» in difficoltà: Technip (dal 2013 è scesa da 80 euro in area 50)e Petrofac (ha dimezzato il suo valore). Tuttavia, altri big hanno performato in modo stabile o positivo: Backer Hughes (da 43 a 63 dollari, Halliburton (dai 37 dollari del 2013 a 41 dollari), Schlumberger (da 70 a 83 dollari). Cosa c'è dunque dietro il caso Saipem?

Per il «gioiellino» italiano qualche analista finanziario si spinge a parlare di una bolla scoppiata su «numeri di bilancio poco realistici del passato». E il punto zero è collocabile al dicembre del 2012 con lo scoppio dello scandalo algerino. La Procura di Milano apre un'inchiesta e accusa Saipem di aver pagato tangenti per ottenere un appalto nel paese nordafricano. Un'indagine (per la quale è appena stato deciso il rinvio a giudizio per l'ex ad di Eni Paolo Scaroni e altri 8 indagati) che, all'epoca dei fatti, portò all'uscita dell'ad di Saipem, Pietro Tali (anche lui rinviato a giudizio), e alla nomina di Umberto Vergine. Ed è qui, con il passaggio di testimone, che si può far risalire l'inizio dello scoppio della bolla.

A gennaio, Saipem lanciò il primo profit warning: un allarme sui conti che non corrispondono più alle previsioni. Cose che possono capitare. Se non fosse che la Consob ha multato con 80mila euro la società per il ritardato annuncio. E sia poi partita una causa legale con 64 investitori istituzionali che chiedono un risarcimento da 174,2 milioni. «Oggi sappiamo - spiega Rosario Marcone consulente della Deminor, la società che sta portando avanti la causa - che Saipem ha sovrastimato i profitti di alcuni contratti per oltre un miliardo e che diverse figure apicali, non solo della società ma anche di Eni, erano ben informate della situazione.

In merito a un presunto coinvolgimento, l'Eni spiega che la Saipem è una società indipendente e che per le «regole applicabili alle società quotate, normativa sulle parti correlate, temi antitrust e tutela degli azionisti di minoranza, non entra nella gestione e valutazione delle commesse Saipem e a tal proposito i flussi informativi che Eni riceve da Saipem sono aggregati e funzionali solo al consolidamento dei risultati acquisiti».

Indipendentemente dalle responsabilità della capogruppo, il 29 gennaio 2013 Saipem lancia comunque il profit warning (un ebit di 1,5 miliardi in calo del 6% e un utile netto di circa 900 milioni) causando un bagno di sangue. Una perdita del 34,3% (da 30,45 euro a 20,01 euro in 24 ore). Ma non per tutti. Poche ore prima dell'annuncio, i fondi BlackRock (che finiranno poi sotto inchiesta per insider trading) vendono poco più del 2%. Per i soci rimasti vanno in fumo 4,7 miliardi. Con ripercussioni indirette anche sulle casse pubbliche.

Il ministero dell'Economia è, infatti, azionista di Eni (all'epoca col 4,97%; mentre la Cdp, che è del Mef, controlla il 25,7%), che a sua volta in Saipem detiene il 42,9%. Dopo il primo profit warning, il 14 giugno 2013, la società replica a causa del radicale deterioramento della posizione commerciale in Algeria e di una serie di criticità su due contratti in Messico e Canada (secondo profit warning). Il bilancio in Borsa è nuovamente pesante: -29,19 a 14,24 euro; bruciati 2,59 miliardi di capitalizzazione. L'annus horribilis si chiude con una perdita di 404 milioni (da un utile di 902 milioni) e un debito a 4,7 miliardi. Non va meglio il 2014. L'azienda riporta una perdita netta di 230 milioni. Così, dopo due anni in discesa libera, a fine 2014, la perdita di valore del gruppo ammonta a quota 10 miliardi. Ma non basta. Tra 2014 e 2015 un'altra grana piomba sul gruppo. L'affare South Stream.

La costruzione del mega gasdotto russo vale 2,4 miliardi ed è più che ossigeno per Saipem. Ma complici le tensioni geopolitiche generate dalla crisi ucraina e le sanzioni contro la Russia, il primo ministro russo Vladimir Putin inizia un pericoloso balletto: annuncia una sospensione a dicembre del contratto, un avvio lavori a maggio 2015 per poi dichiarare saltato il progetto e dunque l'accordo. Una nuova brusca frenata al titolo (non priva di responsabilità politiche) con il premier Matteo Renzi che definisce il progetto «non fondamentale per l'Italia». Una debacle, soprattutto per i piccoli azionisti. E non se la passano bene nemmeno la People Bank of China (oggi al 2,03%) che ha fatto trading quando il titolo era tra 7-8 euro e il fondo californiano Dodge e Cox (12,1%) che si è rafforzato il 10 marzo con il titolo poco sopra i 9 euro. Quanto agli effetti sull'Eni, oltre al taglio dei dividendi, «non aver scorporato prima la società (nel 2013 quando le pressioni in tal senso arrivavano da analisti e azionisti) ha causato un mancato guadagno di 4,5 miliardi» spiega Silvio Bona, analista indipendente di Asglobal prendendo in considerazione il valore attuale e quello medio del 2012-2013 (33 euro). Numeri che inquadrano diversamente anche l'opzione di aumento di capitale Saipem rivelata dal Giornale e che prevede il possibile ingresso della Cassa Depositi e Prestiti (a oggi Eni ritiene di non commentare il confronto tra due operazioni non avvenute).

«Potrebbe generare un ulteriore sell-off del titolo anche fino a 6 euro, ma poi permettere una ripartenza dei corsi azionari, certo a discapito del venditore (Eni) che andrebbe incontro a una vera svendita» commenta Bona. A tutto favore di chi entrando, Cdp e fondi arabi, otterrebbe una partecipazione decisamente a saldo.

Commenti

marygio

Mer, 15/07/2015 - 12:53

fiat telecom dovevano crepare a sentire gli "esperti!?"...dissanguarsi con adc. chi ha visto un solo adc? manco l'ombra. questi presunti esperti sono sciacalli della peggior specie. saipem capitalizza 4mld col debito sui 4mld...la gestico io...mi propongo ai vertici............AHHHHHHHHHHHHH

chicolatino

Gio, 16/07/2015 - 00:57

...piccolo autogol miliardario del gioco di sponda magistrati - premier venditore di pentole bucate....bruscolini....in compenso pero' ci sono i 100 mila insegnanti da stabilizzare in un paese in cui i decessi superano le nascite...ma vuoi vedere che gli saranno gl insegnanti delle nuove "risorse" che cresceranno a pane e "Dante Alighieri"?