Scatta l'allarme petrolio a 20 dollari

In un report già significativo dal titolo («The New Oil Order), Goldman Sachs lancia una previsione che solo qualche mese fa sarebbe stata bollata come apocalittica: un prezzo del petrolio sotto i 20 dollari. Benché considerata estrema dagli stessi analisti della banca d'affari Usa, finora tra i principali perma-bulls (i tori permanenti) del comparto delle commodity , l'ipotesi di rivedere il greggio più o meno sui livelli toccati nel 1986 (attualizzando i 10 dollari di allora) non è sembrata del tutto peregrina ai mercati, dove ieri il Wti è crollato del 3,3% a 44,42 dollari, mentre il Brent ha ceduto il 3% a 47,44 dollari.

Il principale elemento di freno alle quotazioni, ribadito anche da Goldman, è l'eccesso di offerta rispetto a una domanda calante soprattutto per il rallentamento della Cina e dei Paesi emergenti. Si tratta di uno scenario destinato a complicarsi ulteriormente l'anno prossimo, quando l'Iran tornerà a produrre a pieno regime saturando vieppiù il mercato con un output di 2,4 milioni di barili al giorno dagli attuali 1,6 milioni. Servirebbero tagli sostanziosi ai 30 milioni di barili che ogni giorno sgorgano dai pozzi Opec, ma l'Arabia Saudita non ne vuol sapere di chiudere i rubinetti. Le ultime indiscrezioni indicano che Ryad, attraverso il suo ministro del Petrolio, Ali al-Naimi, si sarebbe opposta alla convocazione di un meeting di emergenza del Cartello allo scopo di difendere i prezzi.

È dal novembre dello scorso anno, quando venne deciso a sorpresa di non ridurre le quote produttive, che l'Arabia impone il mantenimento dello status quo facendo valere il proprio peso di principale player mondiale. Un'inflessibilità che qualche analista ha messo in relazione con l'intento di colpire i produttori americani di shale e tight oil (scisto), i cui costi di produzione sono molto elevati, mentre altri hanno indicato nella Russia l'obiettivo principale. I crolli delle quotazioni hanno in effetti lasciato il segno su entrambi i fronti. L'Agenzia internazionale per l'energia calcola infatti che nel 2016 il tight oil potrebbe subire un calo della produzione di 400mila barili al giorno. Mosca ha problemi ancora più gravi: il Paese è già scivolato in recessione e, secondo le stime della banca centrale russa, il Pil potrebbe accusare quest'anno una contrazione tra il 3,9% e il 4,4%. Vladimir Putin, però, non appare eccessivamente preoccupato: esporteremo più greggio in Cina, ha detto. Ciò significa che il Dragone, meno assetato di energia a causa della frenata economica, comprerà meno petrolio proprio dall'Arabia Saudita, il principale fornitore. Un leggero taglio già lo si è visto lo scorso anno (meno di un milioni di barili al giorno acquistati), compensato dai maggiori acquisti di oro nero russo (da 490 a 644mila barili). Insomma: la partita petrolifera è ancora del tutto aperta.