È scontro a Berlino sul debito greco

Schaeuble dice no al taglio, Gabriel favorevole. Merkel: «Il surplus? Colpa dell'euro»

Rodolfo Parietti

Uno fa il poliziotto buono, l'altro quello cattivo. Ne vien fuori, almeno in apparenza, uno scontro tutto tedesco sulla riduzione del debito greco, nodo intricatissimo che l'Eurogruppo di ieri non ha neppure provato a sciogliere. Per ora, Atene si dovrà accontentare di incassare il probabile «sì» dei ministri finanziari - anche se l'incontro di ieri si è concluso con dei progressi ma ancora senza accordi - alla terza tranche di aiuti in cambio di altra austerità da ingoiare. Sette virgola quattro miliardi di euro che la Grecia non farà neppure in tempo a contare, dovendo rimborsare in luglio una cifra equivalente alla Bce.

Poi, la giostra tornerà a girare attorno all'insostenibile pesantezza dell'indebitamento ellenico, il tema capace di far litigare il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schaeuble, uno che la rissa ce l'ha nel sangue, con il più liberale collega degli Esteri Sigmar Gabriel. «Ogni volta si è promesso alla Grecia un alleggerimento del debito se avesse realizzato le riforme. Ora dobbiamo stare a questa promessa», ha detto ieri il capo della diplomazia di Berlino. Replica stizzita di Schaeuble: «Nel momento attuale non ci sono le condizioni per una misura del genere. Non ho alcun esplicito mandato del parlamento per trattare nuovi programmi». Caso chiuso, si direbbe. Anche perché il vulcanico Wolfgang è pur sempre il braccio armato di Angela Merkel, con cui la sintonia è totale. Di più: quando serve, Frau Angela tira fuori dal cilindro un vecchio cavallo di battaglia del suo ministro. «Il nostro surplus? È colpa dell'euro che è troppo debole», è la spiegazione della Cancelliera, degna di un Nobel per l'economia. Cioè, in sostanza, la colpa è della Bce e della cocciutaggine di Mario Draghi nel perseverare con misure anti-convenzionali che hanno ripercussioni sulla moneta unica, risalita ieri oltre gli 1,12 dollari dopo le parole della Merkel. Che i tedeschi non vedano l'ora di rottamare il bazooka lo sanno anche i sassi. Ma giusto per rinfrescare a tutti la memoria, il numero uno della Bundesbank, Jens Weidmann, ha ricordato ieri che «non possiamo ritardare la normalizzazione della politica monetaria per tenere conto dell'andamento dei conti pubblici in alcuni Paesi o per il timore di perdite per singoli operatori di mercato».

Come tanta rigidità - sul debito greco e sul quantitative easing - si possa coniugare con l'idea di una crescita condivisa non è dato sapere. Così come nebuloso e incerto appare il patto tra Parigi e Berlino, siglato sempre ieri dopo un bilaterale tra Schaeuble e il ministro francese dell'Economia Bruno Le Maire, per rafforzare la zona euro. Genericamente, un gruppo di lavoro avrà il compito di trovare idee entro luglio. Sostanzialmente, un modo di procedere esclusivo e divisivo. Con queste premesse non sarà facile trovare la quadratura del cerchio per rendere sostenibile il debito di Atene. Il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, poco prima dell'inizio della riunione ha chiarito che ci vorrà ancora tempo: «La decisione finale concreta su altre misure sul debito arriverà alla fine del programma, il prossimo anno». Il quadro è reso ancora più complicato dalla posizione interlocutoria assunta dal Fondo monetario internazionale, che ha subordinato l'adesione al piano di aiuti alla ristrutturazione del debito. Dijsselbloem ha lanciato un appello affinchè l'istituzione di Washington partecipi al programma di salvataggio. «È tempo per il Fmi di salire a bordo». Chissà se Christine Lagarde accetterà l'invito, o se invece preferirà far affondare la barca.