Senza il dietrofront Veba impianti Chrysler a rischio

Se il 16,6% di Chrysler finirà a Wall Street, anche gli operai al di là dell'Atlantico potrebbero rischiare (solo i canadesi in questo caso) la cassa integrazione, mentre per gli altri (quelli Usa) le conseguenze sarebbero molto più pesanti. Rischio occupazione, dunque, tra le estreme conseguenze di un braccio di ferro tra Fiat e Veba sfavorevole ai primi.
Il problema esiste e l'Italia può fare da modello. Il freno alla fusione tra le case automobilistiche di Torino e Auburn Hills - a causa dei dissidi tra il Lingotto e il fondo previdenziale del sindacato Uaw che sembra essere pronto a tutto pur di incassare il più possibile per il 41,5% di Chrysler ancora in suo possesso - potrebbe portare a congelamenti, slittamenti o cancellazioni dei progetti messi a punto dal team di Sergio Marchionne.
La prospettiva comincia a preoccupare autorità e dipendenti del gruppo in Usa, soprattutto alla luce di quanto la stessa Chrysler ha evidenziato nelle 393 pagine del documento S-1 presentato all'Authority della Borsa in vista della quotazione. Molti i rischi sottolineati, anche perché il 16,6% messo a disposizione del mercato rappresenta una fetta piuttosto esigua per rendere attraente un investimento (si ripeterebbe, ad esempio, un altro caso Cnh, quando il flottante risultava intorno al 12%).
Marchionne, manager abile e scaltro, potrebbe beneficiare proprio di queste prospettive negative per convincere Veba a rivedere le sue posizioni e arrivare a un accordo in zona Cesarini. Tante le pulci messe nelle orecchie che hanno cominciato a tormentare mercato e opinione pubblica palesate dagli scenari negativi illustrati, nel dettaglio, dal documento. Tra questi anche quello di una possibile rivisitazione (o revisione in toto) dell'alleanza italo-americana siglata il 10 giugno del 2009, insieme alla riverca di un altro partner.
Il caso Renault-Nissan, con i due titoli quotati separatamente, è preso dagli analisti come esempio da non seguire, per le difficoltà a stabilire i valori di un'entità i cui confini non sono definiti. L'Ipo del 16,6% di Chrysler percorrerebbe questa strada. Marchionne, inoltre, potrebbe mettere sul piatto della bilancia anche la possibilità di replicare negli Usa la produzione di un modello Alfa, particolare che sarebbe gradito dal sindacato.
Così come è impostata, inoltre, la dipendenza di Chrysler da Fiat è pesante (e lo rimarca anche il documento S-1). Di Fiat è il motore «verde» 1.4 che piace a Obama e pure la piattaforma C-D che dà vita a Jeep Cherokee, Dodge Dart, Alfa Romeo Giulietta e Fiat Viaggio. Insomma, se Marchionne insisterà su questi aspetti negativi, Veba potrebbe rivedere i propri convincimenti. Intanto il fondo ha ingaggiato Deutsche Bank come advisor.