La sfida in un Paese che attende le elezioni per liberarsi da "o mecanismo" del passato

Il presidente Temer deve fare i conti con lo sciopero selvaggio dei camionisti

San Paolo Il cambio nel controllo di Eletropaulo - da ieri posseduta da Enel con una maggioranza superiore al 50% - è «positivo per il rating della compagnia elettrica» che, solo a San Paolo, ha sette milioni di utenze attive. A sostenerlo è l'agenzia Fitch, specializzata nel classificare i rischi di aziende ed enti pubblici. Dopo essersi aggiudicata l'asta contro Neoenergia, controllata dagli spagnoli di Iberdrola, con un'offerta da 45,22 reais per azione «un prezzo giusto». lo definisce il presidente di Enel Brasile, Carlo Zorzoli - le ordinarie di Eletropaulo sono schizzate in su del 26,29% venerdì scorso, raggiungendo la quotazione di 44,45 reais. Ora si attende solo che dopo l'Opa, Aneel e Cade (i due enti brasiliani preposti a vigilare il mercato verde-oro), ufficializzino l'acquisto grazie al quale Enel diventa la maggiore compagnia nel settore della distribuzione dell'energia elettrica in Brasile, sia per numero dei clienti (17 milioni) sia per attività. Ma, soprattutto, la multinazionale italiana si consolida nella regione più nobile e vero motore industriale, ovvero San Paolo.

Un gran colpo, in controtendenza rispetto al «momento no» che ha vissuto il Paese per il recente sciopero selvaggio dei camionisti. Una serrata che ha messo in ginocchio il gigante sudamericano, oltre ad evidenziare tutta la debolezza di un presidente come Michel Temer, da un anno a questa parte inquisito per corruzione. Dopo che il Pil brasiliano era crollato del 10% tra seconda metà 2014 e fine 2016, con l'arrivo di Temer i mercati si attendevano una ripresa economica sostenuta, oltre alle improrogabili riforme di previdenza e fisco. Invece, dopo un 2017 stagnante in cui la disoccupazione ha toccato livelli record, nel primo trimestre di quest'anno industria e servizi sono di nuovo al palo (appena +0,1%) mentre le previsioni di qualche mese fa che nel 2018 il Pil sarebbe cresciuto del 2,5% sono una chimera a detta di tutte le grandi agenzie di consulenza che, proprio in questi giorni, stanno rivedendo le stime al ribasso. Nel frattempo, l'attuale Parlamento ha oltre il 70% dei suoi membri con processi a carico e non in carcere solo grazie all'immunità che, da queste parti, chiamano più poeticamente «foro privilegiato». Vanno inoltre registrate anche le dimissioni del presidente di Petrobras, Pedro Parente, che era riuscito a riportarla in utile risanandone i conti, sprofondati in rosso durante le precedenti gestioni caratterizzate dalle tangenti milionarie evidenziate da Lava Jato, la Mani Pulite brasiliana. Una doccia fredda per i mercati timorosi che Petrobras torni ad essere usata dai principali partiti come nel recente passato, ovvero per finanziarsi illegalmente. A cominciare dalle loro campagne elettorali in vista del 7 ottobre, quando i brasiliani voteranno per rinnovare tutto il Parlamento oltre a decidere chi dovrà guidare il Paese sino a fine 2022. La penultima dai sindacati del settore petrolifero, che il 30 maggio avevano iniziato uno sciopero di 72 ore chiedendo proprio la testa del «risanatore» Parente, oltre alla garanzia di prezzi «controllati» dei carburanti e nessuna privatizzazione di Petrobras.

La grande scommessa è sulla domanda crescente di energia e la necessità di collegare tutte le aree del Paese. Perchè anche lo sviluppo delle rinnovabili nel gigante sudamericano necessità per forza di cose di un miglioramento e di un ulteriore sviluppo delle infrastrutture.