Si sgonfia il Pil del Dragone. Mai così basso da nove anni

Nell'ultimo trimestre la Cina cresce "soltanto" del 6,5% Pesano i dazi doganali imposti dalla Casa Bianca

La locomotiva della crescita economica mondiale sta rallentando. Secondo i dati diffusi ieri dal governo di Pechino, il Pil della Cina nel terzo trimestre del 2018 è cresciuto del 6,5%. È il tasso più basso dal primo trimestre del 2009, quando i venti tempestosi della crisi globale spiravano impetuosi. Tira il freno anche la produzione industriale (+5,8% a settembre rispetto al +6,1% di agosto). Vanno bene solo i consumi interni, con le vendite al dettaglio che sono cresciute al +9,2%, rispetto al +9% atteso. Visti dall'Italia, simili dati di crescita sono roba da fantascienza. Ma per un'economia emergente come quella cinese, che ha margini di miglioramento enormi, queste cifre sono deludenti. E i dati che arrivano da quella che è definita la fabbrica del mondo, sono un termometro di un'economia globale che comincia ad avere il fiatone. Come aveva annunciato il Fondo monetario internazionale una decina di giorni fa, limando le stime di crescita per l'Eurozona e per l'Italia.

Il pessimismo è motivato da alcune partite aperte: prima fra tutte, la guerra commerciale di Donald Trump alla Cina. Dalla Casa Bianca sono stati già applicati dazi su 250 miliardi di dollari di prodotti cinesi. E il presidente Usa ha già minacciato di applicare ulteriori tariffe per 267 miliardi. Vorrebbe dire colpire con i dazi il 100% dell'export statunitense del Dragone. Il settore delle esportazioni cinesi dipende molto dal mercato Usa. E questo diffonde l'umore negativo dei mercati sulle aziende cinesi: da inizio anno, la Borsa di Shanghai ha perso il 30% del valore, raggiungendo il livello minimo da 4 anni. Anche se le autorità cinesi, come il vice premier Liu He, minimizzano: «Le frizioni tra Stati Uniti e Cina hanno influenzato il clima, ma l'impatto è stato più psicologico che reale». Intanto il governo lavora per spostare il motore della crescita dall'export ai consumi. Pochi giorni fa, la Banca centrale ha tagliato dell'1% le riserve di capitale richieste agli istituti commerciali per liberare nell'economia 110 miliardi di dollari di prestiti. Da Pechino fanno la faccia truce a Trump: a settembre hanno risposto ai dazi con tasse su 60 miliardi di prodotti Usa. Ma su questo campo Donald ha più munizioni visto il surplus commerciale della Cina. Il presidente Xi Jinping ha però altri assi nella manica: il suo Paese è il più grande possessore di bond americani al mondo. Se decidesse di venderli, farebbe crollare il mercato. E può svalutare lo yuan per bilanciare l'effetto dei dazi, cosa che ha già fatto: negli ultimi 6 mesi la valuta cinese si è deprezzata del 9% rispetto al dollaro. Trump accusa da mesi i cinesi di manipolare la valuta. La Cina però accompagna i colpi: fare male agli Usa significherebbe danneggiare il migliore cliente. Lo sanno sia Xi che Trump: secondo un media di Hong Kong, i due pensano di incontrarsi il 29 novembre, in Argentina, alla vigilia del G20 che si terrà a Buenos Aires. C'è da aspettarsi i fuochi d'artificio.