Signori del rating in guerra contro Generali e Unipolsai

La scossa di ritorno del «rischio-Italia», appena denunciato da Moody's, rischia di mettere nel sacco il mondo delle assicurazioni come è accaduto con l'industria «cugina» delle banche, con cui condivide il rapporto con il denaro delle famiglie. A fare paura è la gran massa di Btp che i singoli gruppi assicurativi hanno accatastato nei propri bilanci (in tutto 240 miliardi, di cui 55 solo alle Generali) e trattati come esplosivi dai Signori del rating, sempre più impensieriti dal deterioramento del rischio sovrano del nostro Paese.
Gli assicuratori hanno però un ulteriore nervo scoperto che li rende un facile bersaglio: la sostenibilità degli utili. Quasi nessuno nega, infatti, che sarà molto arduo difendere l'attuale redditività (il combined ratio del ramo Danni si aggira sul 91-92%) anche soltanto sul medio periodo. In sostanza il mondo delle polizze appare nel mezzo di una «mini-bolla» dal punto di vista dei margini industriali. Ecco perché, salvo eccezioni come il recente passaggio di Fata da Generali a Cattolica, l'industria assicurativa italiana appare semi-surgelata dal punto di vista dell'atteso riassetto. Sembra, infatti, destinata a finire ai supplementari anche la cessione degli 1,7 miliardi di premi che Unipolsai si era impegnata a vendere entro fine anno in cambio dell'ok all'acquisto dell'ex gruppo Ligresti. Molto dipende dagli ultimi scampoli della due diligence in corso con la belga Ageas, ma nelle sale operative già si scommette che l'ad Carlo Cimbri dovrà chiedere (e strappare) all'Antitrust una proroga. Tutto questo malgrado si tratti di un pacchetto quasi «chiavi in mano», visto che comprende asset, agenzie, il marchio Milano e il ramo d'azienda per farne funzionare la macchina operativa.
La maggior parte dei colossi esteri (Axa, Zurich e Allianz) resta infatti alla finestra, per prevenire grattacapi, e preferisce puntare sui Paesi emergenti. Se gli internazionali latitano, il girone nazionale deve fare i conti, oltre che con la cassa, con il fatto che i primi 3 operatori controllano già il 65% del ramo danni-auto. Senza considerare che Unipolsai è impegnata in una difficile ristrutturazione per plasmare il nuovo gruppo e che Generali, ormai «venditrice» in Italia, è appena finita nel mirino di S&P proprio perché (troppo) esposta a sud delle Alpi. Trieste ha quindi pagato dazio malgrado l'ad Mario Greco stia cercando di liberarla dai salotti pietrificati di cui ha fatto parte per decenni e di ridisegnarne la rete. Anche il Leone sta poi faticando per chiudere il piano di cessioni da 4 miliardi: all'appello manca uno dei bocconi principali, la svizzera Bsi. Il problema, inutile dirlo, è il prezzo.
A fine novembre Greco è invece riuscito a liberarsi di Fata, rilevata per 179 milioni dalla Cattolica di Giovanni Battista Mazzucchelli. Una valorizzazione giudicata «più che tonda» dagli analisti, non dal punto di vista dei premi, ma se si incrociano patrimonio netto, profitti e il Roe espresso nel 2012. Poco cambia, peraltro, se si considerano le stime della fine dell'anno. Nelle sale operative, dove si continua a respirare una certa freddezza verso lo status cooperativo di Cattolica, si fatica poi a comprendere quali vantaggi finanziari ricaverà realmente Verona, che è concentrata nei Danni e nell'Rc auto, dall'acquisito di una realtà vicina invece al mondo agricolo. Critiche che ricalcano quelle che qualche anno fa avevano accompagnato l'acquisto di Ca' Tron, una delle maggiori tenute agricole del Nord est. In sostanza il mercato italiano promette di non andare oltre a un mini-riassetto, quasi senza compratori.
Sul tavolo, oltre ai premi di Unipolsai, restano le controllate assicurative che Carige sta cercando di cedere per limitare l'aumento di capitale. Anche qui gli indizi portano ad Ageas. Nel bilancio 2012 Carige Assicurazioni è valutata 101 milioni e Carige Vita Nuova 321 milioni. Il nuovo ad Piero Montani, pertanto, non dovrebbe cederle per meno di 400 milioni.