La sindrome cinese contagia l'Fmi

Lagarde: «Rischio virale, Pechino rafforzi i controlli sulla Borsa». Oggi la parola a Draghi sul Qe allargato

«Ciò che hanno dimostrato le ultime settimane è quanto l'Asia sia al centro dell'economia globale, e quanto una turbolenza in Asia possa effettivamente propagarsi al resto del mondo». Christine Lagarde, in versione Madame Lapalisse, svela al mondo quanto il mondo già sa. Bastano i continui rovesci borsistici e lo stillicio di numeracci appiccicati all'economia reale per fare a meno delle analisi della numero uno del Fondo monetario internazionale. La quale, peraltro, suggerisce alle autorità cinesi di «rafforzare la regolamentazione dei mercati». Che è un po' come chiedere al gestore di una bisca di darsi una regolata. Perchè questo è la Borsa dell'ex Impero celeste: un mega-casinò che prometteva vincite a tutti, una bengodi del terzo millennio che ha spinto perfino i contadini a indebitarsi - magari ipotecando la casa - pur di mettere le mani su un pezzo di fortuna. Alcune stime calcolano in circa 5mila miliardi di yuan (780 miliardi di dollari), l'esposizione verso la Borsa dei cittadini del Dragone. Ciò spiega (in parte) come sia stato possibile arrivare a multipli delle azioni, pari a 53 volte gli utili, che definire irragionevoli è un eufemismo; e ciò induce a credere che il recente bagno di sangue, costato 5mila miliardi di dollari di capitalizzazione, non sia finito. Qualche analista mette in conto un 35% di perdite prima che la Borsa possa diventare di nuovo attrattiva.

Così, domani, al termine della serrata borsistica di due giorni per celebrare la vittoria sul Giappone, le tensioni potrebbero subito riaffiorare. E non solo in Cina. La frenata dell'economia cinese non è indolore per nessuno. Alcuni Paesi emergenti sono stati privati del principale mercato di sbocco per le loro materie prime. Motivo per cui Canada e Brasile, la cui produzione industriale è crollata in luglio di quasi il 9%, sono già in recessione. Un'occhiata alla tabella pubblicata qui sopra dà ancora meglio l'idea dell'allargamento inquietante delle nazioni in sofferenza, con 10 Paesi sotto la linea di galleggiamento per quanto riguarda la manifattura, un indicatore-chiave per valutare lo stato di salute dell'economia reale. Tra le vittime della sindrome cinese c'è anche l'Australia, dove il raffreddamento congiunturale potrebbe costringere la banca centrale a tagliare ancora i tassi, ora ai minimi del 2%. Il Sud Africa sta invece già pagando dazio, e pesantemente: il calo di domanda di oro da parte della Cina, unito alla lievitazione dei costi di esplorazione, sta mettendo sotto pressione i conti dei colossi auriferi, come per esempio AngloGold Ashanti (142 milioni di dollari di perdite nel trimestre chiuso a giugno.

In realtà, a livello globale, la situazione sembra destinata a peggiorare: tra luglio e agosto, in 19 dei 28 Paesi esaminati da Bank of America si è avuta una contrazione dell'attività industriale. Un pessimo segnale confermato anche dall'annaspare dell'export della Corea del Sud, in calo il mese scorso di quasi il 15%. E se si considera che il Pil del Paese dipende per il 50% dalle vendite oltre confine (di cui un terzo è legato agli umori cinesi), è intuibile come il rischio di una crisi sia reale.

Insomma, risuonano tanti campanelli di una vicina recessione su scala planetaria. Potrebbero scongiurarla gli Usa, calandosi nel ruolo di driver? Non certo con la sola forza dell'economia. Dagli States, ieri sono arrivati altri dati deludenti: un modesto +0,4% degli ordini alle fabbriche accompagnato da appena 190mila nuovi posti di lavoro creati in agosto. Il cerino acceso è in mano alla Federal Reserve, che potrebbe essere costretta non solo a rinviare il rialzo dei tassi, ma a mettere in piedi il quarto round di quantitative easing. La Bce potrebbe precederla, ampliando il Qe in salsa europea. La parola, oggi, a Mario Draghi.

È l'esposizione, in miliardi di yuan (780 miliardi di dollari), dei cinesi nei confronti della Borsa