La soia dà una mano al Pil Usa: +3,5% nel terzo trimestre

Forte aumento dell'export del legume grazie ai pessimi raccolti di Brasile e Argentina. Bene anche i consumi

Rodolfo Parietti

La soia ha due indubbie proprietà: abbassa il colesterolo e alza il Pil americano. C'è infatti anche il contributo di uno dei legumi più antichi e usati al mondo, nella crescita messa a segno nel terzo trimestre dagli Stati Uniti: un +3,5% che nella lettura definitiva ha battuto la stima intermedia (+3,2%), preso in contropiede gli analisti (+3,3% la loro previsione) e fatto risuonare la grancassa della Casa Bianca, ancora per poco occupata da Barack Obama. «Ora l'economia risulta cresciuta dell'11,6% rispetto al picco pre crisi del 2007», ha commentato Jason Furman, il numero uno dei consiglieri economici del presidente.

Washington non deve solo ringraziare il dinamismo dei consumi privati, in aumento del 3% tra luglio e settembre, e la spinta arrivata dagli investimenti fissi (+1,4%), ma anche gli esportatori di soia. Di solito, il picco delle vendite del legume made in Usa coincide col periodo invernale, ovvero subito dopo il raccolto autunnale. I semi a stelle e strisce devono però fare i conti con la concorrenza, vivacissima, di due pesi massimi come Brasile e Argentina, i principali esportatori a livello mondiale. Nel terzo trimestre, i due Paesi sudamericani sono però incappati in pessimi raccolti che hanno creato un «buco» di offerta. Subito colmato dalle soybean farmer statunitensi che hanno realizzato ricavi per 38 miliardi di dollari contribuendo per quasi un terzo (lo 0,9%) alla crescita complessiva Usa nel terzo quarter. Un boost destinato quasi sicuramente a non ripetersi nella parte finale dell'anno. E se si depurano dall'incremento del 3,5% le esportazioni di soia, le scorte aziendali e il contributo dato dall'Obamacare la crescita si riduce allo 0,9%, non un dato particolarmente esaltante.

Secondo Macroeconomic Advisers, l'economia crescerà dell'1,6% nell'ultimo trimestre, mentre la Federal Reserve prevede per quest'anno un rialzo dell'1,9%; in generale le stime sono per una crescita tra l'1,9% e il 2,2% per tutto il 2016 e al 2,4% nel 2017. Molto dipenderà da come, e in quale misura, saranno implementate le misure promesse da Donald Trump durante la campagna elettorale. Il presidente eletto punta su un rilancio delle infrastrutture, con una spesa che dovrebbe oscillare tra i 500 e i 1.000 miliardi, e su un abbattimento delle tasse aziendali. Un programma che potrebbe riaccendere l'inflazione, costringendo la Fed - che ha già annunciato l'intenzione di alzare tre volte i tassi durante il 2017 - a essere ancora più aggressiva.