Soluzione finanziaria ma il futuro resta incerto

Telecom passa a Telefonica, dunque a un socio straniero, senza sapere esattamente che succederà

La sede di Telecom in piazza Affari a Milano

Telecom Italia era la madre di tutte le privatizzazioni. Correva l'anno 1997 e un milione di risparmiatori diventarono azionisti. Da allora la società ha cambiato controllo 4 volte: prima con l'Opa dei capitani coraggiosi guidata da Colaninno ('99); segue la cessione alla Pirelli (2001); poi c'è il passaggio alle banche (Mediobanca, Intesa e Generali, nel 2007) e infine quella a Telefonica. Rispetto ai 9 euro del 2000, 13 anni dopo le azioni valgono meno di 60 cent: il crollo è del 93%. Un patrimonio nazionale si è dissolto come neve al sole; decine di migliaia di piccoli azionisti ci hanno lasciato le penne, mentre manager e grandi soci non hanno mai pagato dazio. Anzi. Ma a parte queste considerazioni, se si vuole scontate e comunque ben note, quello che oggi lascia perplessi è il progetto. Telecom passa a Telefonica, dunque a un socio straniero (dopo che per un decennio ci è stato detto che si trattava di asset strategico da tenere stretto), senza sapere esattamente che succederà. Venderà Tim Brasil, la gallina dalle uova d'oro, in tutto o in parte? Il rischio è quasi una certezza per questioni antitrust, perché Telefonica è già presente in Sudamerica con Vivo. E che succederà in Italia, con la rete di nuova generazione che richiede investimenti miliardari? E i dipendenti? Al momento a nessuna di queste domande sembra esistere una risposta certa.Per questo la forte accelerazione appare più legata a questioni tecnico societarie e alle esigenze finanziarie delle banche che, dopo 7 anni, vogliono chiudere la partita, che non ha un progetto per Telecom. Per l'ennesima volta.