Lo spread in frigorifero ma solo grazie a Draghi

Nell'autunno 2011, un uomo ha un malore mentre sta leggendo la notizia che lo spread viaggia come un Tgv verso i 600 punti. Finisce in coma. Si risveglia due anni e mezzo dopo. Chiede: «E lo spread?». Risposta: «Sotto quota 145, ai minimi da tre anni». «Fantastico: allora il Pil corre, il debito è crollato, le riforme sono state fatte...». «Veramente..., no». Lecito aspettarsi lo stupore del nostro miracolato, inconsapevole che poco o nulla è stato fatto per dirottare, con le nostre forze, quella specie di cometa di Halley che puntava dritta sul nostro Paese. Con l'obiettivo di sbriciolarlo.
In fondo, anche l'Italia è stata miracolata. Se oggi paghiamo sui Btp decennali un rendimento del 2,9%, pari quasi a quello di un T-bond Usa, il merito è di come Mario Draghi, dal momento in cui il break up dell'euro non era più solo un'ipotesi, ha iniziato a usare l'arma della comunicazione in modo così magistrale da rendere perfino obsoleto il vecchio adagio, secondo cui, dopo le parole, servono i fatti. Un potere di persuasione forte, sfruttato nel momento migliore: con lo schiacciamento dei tassi di interesse determinato dalle politiche di allentamento quantitativo varate da Federal Reserve e Bank o Japan, per gli investitori internazionali si poneva il problema di trovare alternative sicure e il più possibile remunerative. Un problema ancora più pressante con l'avvio del tapering e con la conseguente fuga di capitali dai mercati emergenti. Draghi ha fornito a tutti la sola garanzia pretesa: che l'euro non si sarebbe dissolto. E così, nelle ultime settimane, abbiamo perfino assistito alle code per strapparsi di mano i sirtaki-bond. Carta straccia fino allo scorso anno.
Per l'ex governatore di Bankitalia, ora potrebbe però arrivare la parte più difficile. Dopo aver detto, giovedì scorso, che la Bce è pronta a muoversi in giugno, per giustificare il mantenimento dello status quo potrebbero non bastare dati macro particolarmente positivi. Di sicuro, la deflazione che Paesi come l'Italia stanno annusando non fa bene al rapporto debito-Pil, né un euro che flirta con quota 1,40 dollari è un toccasana per l'export e per la risalita dei prezzi al consumo. È quindi probabile, il mese prossimo, una mossa da parte dell'Eurotower: anche per dare un segnale forte. Resta da capire, qual è l'asso nella manica di Draghi. Un taglio dei tassi? Forse. Fondi alle banche destinati, stavolta, a famiglie e imprese? Anche. Molto meno probabile, invece, che indossi una maschera alla Ben Bernanke e si metta a stampare euro a rotta di collo.