Lo Stato fa flop sulle pmi

La domanda interna è al palo. Quest'anno, nella migliore delle ipotesi, il Pil crescerà di appena l'1%. Parlare di ripresa della nostra economia significa prendere in giro famiglie e imprese. Il Governo non è riuscito nell'operazione pur in presenza di alcuni venti favorevoli come le politiche espansive della Bce di Mario Draghi; il prezzo del petrolio davvero basso e una moneta unica piuttosto appetibile. Renzi ha fallito la missione per una semplice ragione: non ha messo in campo una politica di investimenti a sostegno della piccola e media impresa. Siccome è quella la spina dorsale dell'economia italiana, averla trascurata, non ha portato niente di buono. L'errore del premier non attiene a una sua distrazione; piuttosto al ritorno sulla scena di una mentalità che speravamo fosse finita in soffitta per sempre: quella che colloca al centro la funzione salvifica dello Stato. Dello Stato imprenditore.

Davanti agli effetti della Grande Crisi, tutt'altro che terminati, si avverte in politica e in ambienti accademici il ritorno di quell'ideologia statalista: lo Stato quale bene rifugio di fronte ai misfatti prodotti da una visione liberista dell'economia e perciò della vita. Renzi segue quest'onda. Le mancate privatizzazioni ne sono lo specchio fedele. L'attenzione riservata dal Governo solo alle grandi imprese (i travagli della vicenda Ilva sono lì da vedere) è l'emblema di un passaggio a vuoto. Con il ministero dello Sviluppo economico che contraddice se stesso fin dal nome: nessuno sviluppo è possibile senza una strategia dell'attenzione verso le Pmi. Che non vanno vessate in nome dello Stato imprenditore e accentratore. Ma favorite con misure liberanti. La riduzione del cuneo fiscale e un taglio secco all'Irap sarebbe cosa buona e giusta per motivare i piccoli Brambilla. Ma questo dovrebbe prevedere un passo indietro dello Stato dirigista.

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